Il costo non siamo noi. Per una sinistra che combatte le disuguaglianze

Focus

Troviamo gli strumenti per una nuova e necessaria lotta alle alienazioni, tutte, economiche, digitali e valoriali, che questo mondo sta producendo

Condivido molte parti dell’analisi di Walter Veltroni. Ma cerco il dunque. Mancano i pezzi successivi nel suo articolo. Ci rifletto non da ieri.

Del conflitto tra capitale e precarietà, vero buco nero contro cui non siamo capaci di offrire proposte reali ne parliamo? Del vero buco nero che ammazza sinistra, liberali, società aperta, campo moderato… cosa diciamo? “Diseguaglianze” è l’effetto, ma il mandante è quel conflitto, o, l’assenza dall’analisi di quel conflitto.

Se la contrapposizione è tra destra e sinistra è in quel nodo che essa deve trovare declinazione; voglio capire, leggere e sentire cosa dice la sinistra, cosa dico io, circa il nuovo capitale, circa il nuovo sfruttamento del lavoro, circa la nuova alienazione da lavoro o da non lavoro. Circa nuovi meccanismi di redistribuzione della ricchezza.

Sono le domande che si fanno “i poveri”, categoria ormai astratta? O sono le preoccupazioni di ogni padre, madre, giovane, anziano del ceto medio di tutto il mondo. Sia chiaro, perché non a tutti lo è: il PD ha perso nel ceto medio.

Se vogliamo essere “sinistra” o “nuovo campo largo” o “Pippo”, o quello che volete voi, la matassa da sbrogliare sempre quella è: il conflitto sociale delle classi che deriva dalle diseguaglianze sì, ma anche dalle paure delle diseguaglianze. E che ha investito completamente la colonna delle nazioni: il ceto medio. Non sono parole vecchie. Le classi non sono morte, sono solo mutate nella collocazione ma stanno lì. E laddove c’è diseguaglianza o ineguale accesso ai servizi, come collante sociale, c’è conflitto di classe.

Dalle diseguaglianze a scuola, perché l’accesso alla conoscenza, nel senso di consapevolezza della validità di fonti e contenuti è la radice della subalternità come dell’emancipazione oggi più che mai, alle diseguaglianze economiche. Conflitti. E su questo, non Veltroni, ma nessuno, non io, non noi, stiamo offrendo visioni ampie, politiche, da weltanschaung. Ma solo soluzioni tampone, parziali, tentativi. Buone intenzioni con parziali soluzioni al presente. E manco a quello. Ma il presente non basta.

Siamo poco convincenti perché senza “metafisica” non andiamo da nessuna parte; non è una parola difficile ma la condizione umana: siamo senza un nuovo ordine, in senso positivo e necessario, del mondo, un luogo (fatto di ideali e indicazioni concrete che prefigurino un miglioramento della condizione umana) in cui si colloca la persona. La persona come individuo non isolato ma che vive in una collettività con una direzione comune anche giornaliera. Che vede, riconosce e risolve conflitti.

Una direzione fatta di certezze comuni, economiche, sociali, culturali, valoriali. No, non sono astrazioni. Perché lo vede anche un ragazzino di 12 anni che queste certezze non ci sono.

Sono il lavoro dei nostri figli, sono la ricchezza delle nostre relazioni certe, sono, lasciatemelo dire, un bus che non passa, una strada sporca, un ticket sanitario. Tutto insieme. Sono la progettualità della vita. Non spacciamo la precarietà per flessibilità. Sono due visioni del mondo. La sinistra deve offrire certezze.

Non sono astrazioni. E dobbiamo aprire un cantiere ampio per discuterne. Dare un contorno positivo alla “flessibilità” del mondo che siamo vivendo significa trovare le azioni concrete per non cadere nella precarietà.

Vale per il lavoro, per i principi, per gli ideali, come per i sistemi organizzati che offrono servizi (scuola, Sanità, trasporti, energia,..). Perché proprio sui servizi si misura l’erosione lenta delle certezze a favore delle precarietà che trasforma persone in alienati. Non solo sul futuro ideale.

La flessibilità può essere una cosa positiva. La precarietà no. No. No.

Il timore delle persone comuni non è verso vaghi “poteri forti” ma verso una sempre più piccola parte di mondo che detiene potere, benefici di qualità e ricchezza e tali condizioni derivano non solo dal loro ingegno ma dal nostro lavoro sempre più povero, alienato e smozzicato.

Perché anche mentre stiamo in rete, miliardi, milioni, noi lavoriamo; e “lavoriamo gratis”, produciamo la ricchezza di oggi, dei miliardari e potenti di oggi, col nostro solo essere qui. Siamo il petrolio di novelle sette sorelle. Siamo Dati. E nessuno pensa di renderne conto. Nella rete libera il costo siamo noi. Ne parliamo?

Il Dunque. E non possono parlarne Scalfari o Cacciari, che, per carità, nella loro analisi importanti però non ne hanno nemmeno idea. Ne dobbiamo parlare noi. La generazione del “costo siamo noi”. Allora andiamo al dunque.

Voglio aprire il cantiere del dunque, Walter. Perché io sono orfana. E non solo di un padre. Abbiamo un voragine da colmare ritrovando senso e parole a una nuova e necessaria lotta alle alienazioni, tutte, economiche, digitali e valoriali, che questo mondo sta producendo. Non col rifiuto dell’economia, del progresso e dei valori come stanno facendo i sovranisti ma con l’uso. Usando cioè le armi nuove: la tecnologia, la rete, la conoscenza a questo fine. Dicendo chiaro che meno tecnologia è meno lavoro, è meno servizi, è più alienazioni. Ma chiarendo ai detentori delle tecnologie o dei capitali che il costo della loro legittima ricchezza non siamo noi. E va redistribuita. Sennò diventa illegittima. Serve la rete positiva, razionale, libera, illuminata che riconnetta le solitudini e rigeneri fiducia e comunità. Ma la fiducia non si fa mai prendere in giro.

Diciamolo chiaro: il costo del tuo potere non sono io. Il costo della ricchezza non siamo noi.

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