Il rischio ora è la resa dei conti tra Iran e Israele

Focus

Tel Aviv sostiene l’attacco di Usa, Gb e Francia. Teheran lo considera criminale e parla di “conseguenze regionali”

Tra i primi a schierarsi, ovviamente con posizioni opposte, sull’attacco coordinato da Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il regime di Bashar al-Assad, sono lo Stato ebraico d’Israele e la Repubblica islamica dell’Iran. Secondo i primi “l’azione è giustificata, perché con l’uso di armi chimiche Damasco ha superato la linea rossa. La Siria continua a commettere azioni omicide e ad essere una base per queste ed altre attività, anche da parte dell’Iran. L’attacco della notte tra il 13 e il 14 aprile è un messaggio importante all’asse del male: Iran, Siria e Hezbollah”. Secondo Teheran, invece, “l’azione occidentale avrà conseguenze regionali”. La Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha definito “criminali” Donald Trump, Theresa May e Emmanuel Macron.

Quello tra Iran e Israele è un focolaio che rischia di esplodere. I due Paesi sono sostenuti rispettivamente da Russia e Stati Uniti e rappresentano le forze principali (insieme all’Arabia Saudita, che per il momento si tiene fuori dall’escalation degli ultimi giorni) della regione. A differenza di un anno fa, quando 59 missili americani piovvero dal cielo siriano, però, non c’erano uomini iraniani sul terreno. Oggi i pasdaran sono presenti in forze nelle zone di Damasco e di Aleppo e questo è già di per sé motivo di grande allarme per Israele. Non solo, questa presenza accresce il rischio di “incidenti”, voluti o accidentali, contro le stesse forze iraniane.

E’ quello che è successo subito dopo l’attacco chimico di Douma del 7 aprile, quando un raid aereo attribuito all’esercito con la Stella di David, ha colpito la base siriana T-4, nei pressi di Homs, provocando la morte di almeno sette consiglieri militari iraniani. Un attacco, che è stato immediatamente stigmatizzato da Teheran, che ha promesso una reazione. Non è un caso, in questo contesto, che l’Iran abbia parlato di “conseguenze regionali” dopo l’attacco di Usa, Gb e Francia.

Israele, dal canto suo, sente come una minaccia la presenza dei pasdaran nella zona di Damasco, che dista solo poche decine di chilometri dal confine con lo Stato Ebraico. Per Tel Aviv, la combinazione Hezbollah-Iran a ridosso della propria frontiera settentrionale è inaccettabile, anche perché proprio a Teheran è nata la teorizzazione della “distruzione dello Stato di Israele”. In questo senso, le parole di Trump, pochi giorni prima dell’attacco chimico di Douma, che annunciavano un disimpegno militare degli Stati Uniti in Siria, non hanno fatto altro che rendere la situazione ancora più esplosiva. Senza la “protezione” militare e politica di Washington, infatti, Israele si sente come “un agnello in mezzo ai lupi”. Un’escalation militare in Siria potrebbe quindi avere conseguenze devastanti per tutto il Medio Oriente.

 

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