Un argine alla disinformazione nella prateria del web

Focus

Bene la chiusura delle 23 pagine Facebook, ma non basta. Sacrosanta la richiesta di una commissione di inchiesta sul fenomeno

Con una buona dose di confusione, ma alla buon’ora, in Italia si parla di disinformazione sui social network. Se ne discute perché a seguito di un’inchiesta di Avaaz, Facebook ha deciso di chiudere 23 pagine a tema politico che erano una fonte continua di notizie fuorvianti e di hate speech. Si tratta di network importanti, perché parliamo di 2,5 milioni di iscritti e quasi altrettante interazioni. Tutte – e non, come sostenuto da alcuni quotidiani, una metà – riconducibili alla propaganda politica di M5S e Lega. Al provvedimento è seguito un acceso dibattito in cui le voci critiche rispetto all’opportunità di questa iniziativa non sono mancate.

Ci pare utile fare un po’ di chiarezza rispetto a questa vicenda, anche in virtù dell’esperienza maturata in occasione dei report sulla disinformazione voluti dall’ex segretario PD Matteo Renzi e pubblicati proprio da Democratica tra il dicembre 2017 e il febbraio 2018. In quelle inchieste la gran parte delle dinamiche e delle organizzazioni evidenziate da Avaaz erano già puntualmente emerse e messe in luce senza reticenze.

Partiamo dal fatto che, innanzi tutto, Facebook non ha censurato alcuna pagina a causa di “fake news”: l’azienda ha infatti rilevato in questi network una violazione dei propri termini di servizio e cioè l’impiego di profili falsi, il cambio di nome alla pagina (per fare un esempio la pagina “Vogliamo il Movimento 5 Stelle al governo”, che è tra quelle chiuse, all’inizio aveva l’eloquente intestazione di “Bombe Sexy”) o altre attività di moltiplicazione professionale dei messaggi. Quindi, Facebook ha semplicemente attuato la propria policy, non ha compiuto nessun atto unilaterale di censura.

Ma accordiamoci anche su questo termine: è censura se si toglie la voce a chi esprime un’opinione. Diffondere, consapevolmente e professionalmente, un contenuto falso o diffamatorio, invece è ben altro, e c’è solo un luogo dove attualmente questa attività si possa compiere pressoché impunemente: i social network. In qualunque altro contesto, che si tratti di una testata, un giornalista, o un semplice cittadino, non è consentita. O, per meglio capirci, ogni atto o comunicazione pubblica è sottoposto a un sistema di regole condivise il cui rispetto viene garantito a più livelli – si pensi, ad esempio, alla Commissione di Vigilanza RAI o al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti. Sui social network invece vige una totale deregulation che non si sa bene se risponda a un ormai obsoleto principio di fiducia nelle magnifiche doti di autogestione della democrazia internettiana (mai utopia fu più precocemente e cocentemente smentita) o a semplice bulimia aziendale, per cui Facebook stenta a porre limiti alla propria mastodontica crescita, anche a scapito del rispetto delle proprie stesse regole.

Eppure, come si diceva, per altri media come TV, radio o stampa, esistono paletti e attività di tutela della correttezza informativa. Non guardiani dell’ortodossia informativa, ma figure di garanzia che magari impediscano a una televisione privata, gestita da un signore con identità falsa, finanziata da chissà chi, la trasmissione di un TG in cui si inventa, immaginiamo, che un tale politico abbia sgozzato un neonato e si appresti a far esplodere il Colosseo. La notizia è falsa, ma chi se ne frega, io intanto la diffondo. A nessuno piacerebbe dover tollerare una TV così. Non si capisce perché si debba avere invece una zona oscura dell’informazione nazionale e internazionale dove tutto è possibile, senza freni.

Certo, regolamentare un territorio complesso come quello dei social network non è un’operazione facile, né libera da rischi. Anche perché insiste su un contesto difficilmente contenibile entro una dimensione nazionale e in cui i diritti individuali spesso sfumano in quelli collettivi. Ma certo, far finta di nulla o minimizzare l’impatto di uno dei veicoli di comunicazione più diffusi della contemporaneità è quanto meno da ingenui. E’ perfino superfluo far leva sui dati sulla persuasione attraverso il web: basterà citare l’ultimo rapporto Censis secondo cui il 26% degli italiani utilizza Facebook come fonte di informazione, in calo rispetto all’anno precedente, ma comunque con valori secondi solo ai telegiornali e doppi di quelli dei quotidiani.

Più difficile, comprensibilmente, correlare questi numeri ai risultati politici ed elettorali. Alcuni commentatori hanno infatti mostrato scetticismo sul fatto che la disinformazione a 5 stelle e leghista sia in qualche modo responsabile della disfatta elettorale del PD o del pensiero progressista in Italia. Diciamolo subito, chi sostenesse una tesi del genere avrebbe torto, ma anche l’opzione contraria crediamo sia altrettanto erronea. È difficile negare che un fitto tappeto disinformativo produca un condizionamento reale dell’opinione pubblica, magari su temi di interesse politico nazionale. Prendiamo un caso su tutti: la propaganda antivaccinista, attuata attraverso un’attività potente di produzione e di diffusione – praticamente limitata al solo web – di contenuti pseudoscientifici o pseudo-informativi. Un vero e proprio terreno di coltura di posizioni politiche e sociali estreme e regressive che hanno avuto come risultato un comportamento di massa drammaticamente pericoloso e la necessità di ricorrere a provvedimenti legislativi di emergenza.

Non è roba da chiacchiere da cortile o, perlomeno, non si tratta solo di questo. Se fossero bazzecole, del resto, non si capirebbe perché i principali soggetti politici mondiali decidano di investirci così tanto. E non si capirebbe perché ci investano così tante risorse ed energie i partiti che hanno maggiore consenso nel nostro Paese.

Per concludere, mettere un argine alla sfrenata attività di diffamazione, disinformazione, violenza digitale è un atto, questo sì, di democrazia. Di rispetto verso chi produce buona informazione grazie alla propria deontologia professionale o anche, semplicemente, al proprio senso civico. Per il resto, affidarsi alla giurisprudenza ordinaria e al pur utile strumento della querela, coi tempi lunghi che questa richiede, non è una soluzione. E compito della politica è essere promotore di processi virtuosi, in cui si denuncia ciò che non funziona offrendo possibilmente una propria via d’uscita. Cercando di essere, come si dice, sul pezzo.

Il PD, su questo nodo centrale della discussione contemporanea ha saputo essere avanguardia e dovrebbe essere ancora spazio di elaborazione e di proposta: va in questa direzione la sacrosanta richiesta di una Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno chiesta dal Gruppo PD al Senato, ma altro andrà fatto. Perché la decisione di Facebook è comunque parziale e tardiva, perché rimangono molti altri potenti canali di disinformazione su quel social network e perché, last but not least, prima o poi andrà posto un freno all’attività di trolling e di hating che chiunque di noi è costretto a subire se decide di prendere posizione con un commento sotto un post di natura politica.

Quale che sia la migliore soluzione, è tempo di riconoscere perlomeno la sua necessità, senza pregiudizi, senza desideri di vendetta, ma col disincanto di chi sa che i social network non sono un luogo privilegiato di utopia: sono un’immensa prateria, dove prima o poi, alla legge del più forte si deve contrapporre quella della convivenza civile e pacifica.

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