Il cortocircuito del mondo occidentale

Focus

I media giocano un ruolo fondamentale perché spesso trasmettono messaggi esagerati che distorcono la realtà

In un paese dove (quasi) nulla funziona, il modo di pensare è violento, dove si aizza un cane contro un vucumprà in spiaggia fra le fragorose risate degli spettatori, vogliono oggi farci credere che il problema sia tutto dentro un barcone a largo della Sicilia.

Lo stesso paese in cui tra il 2017 e il 2018 sono stati denunciati circa 2438 stupri e sembra quasi che “miracolosamente” ce ne sia stato uno solo, quello di Pamela, ci ritroviamo a non chiamare più le cose con il loro nome.

Cioè, uno che uccide e fa a pezzi una diciottenne dobbiamo chiamarlo “nigeriano” o “assassino”? Uno che a Macerata spara colpi di pistola contro extracomunitari dobbiamo chiamarlo “neofascista” o “delinquente”?.

Ecco, in sostanza, il più grave problema della civilità occidentale è l’abbandono della impensabilità, cioè la rinuncia ad un pensiero responsabile. La rinuncia ad immaginare non solo il normale, ma anche il nuovo, il rifiuto di una omologazione alla pensabilità imperante, al buon senso comune, laddove pensabilità sta nel credere agli slogan superficiali, alla demagogia, stando alla definizione datale dalla letteratura psicoanalitica.

Come se fosse diventato impossibile sentire qualsiasi evento come sensorialmente prossimo, condividerlo ed elaborarlo per quello che è.

No, oggi lo sport nazionale più praticato è quello di rifugiarsi dietro vulgate superficiali e rassicuranti, quelle che mandano rapidamente le notizie anche più sconvolgenti nel dimenticatoio collettivo. E così, è successo che siamo tutti divisi in categorie etniche, fisiche, politiche. E allora si semplifica, facendo dei danni irreparabili nell’educazione dei nostri figli. Perciò: gli egiziani vengono a fare la pizza; le donne dell’est vengono a prostituirsi; gli africani vengono a rubarci il lavoro.

Interessante Minniti su Il Foglio, “L’Immigrazione senza like”, in cui parla di questo, perché la nostra società non elabora una comprensione condivisa degli accadimenti, perché il potere e i media o obbligano ad una spiegazione superficiale e controllata, o impediscono un accordo collettivo tramite polemiche e dibattiti. Insomma, obbligano al pensabile.

Non viene in nessuno dei due casi soddisfatta la necessità sociale di senso comune ma si insinua un disorientamento e uno sbarramento al pensiero nuovo, che nasce dalla combinazione di diverse letture e dall’approfondimento.

Fenomeni come la migrazione, l’immigrazione, spiega Riccardo Romano – noto psicologo e docente della Federico II – in “Sacro è lo straniero” – è oggi trattato con il meccanismo di questo periodo: l’impensabilità.

Non si cerca di capire perché, si presume di sapere.

Un approfondimento mancato, un’informazione fatta di titoli di articoli mai letti mentre si scorrono i social sul proprio iPhone. Chissà perché Steve Jobs viene ricordato solo per quella frase: “Stay hungry, stay foolish”. Ecco, ho come la sensazione che oggi il suo suggerimento più prezioso, per la stragrande maggioranza delle persone sia tutto lì, in quell’inciso: “Stay foolish”.

Lo spiega Minniti che l’immigrazione non è un’ emergenza ma un fenomeno epocale. Oggi questo fenomeno rappresenta un problema, vero, ma la soluzione non la si vuole trovare. Si chiudono i porti, e si sposta l’opinione pubblica tramite un’informazione distorta. “Fateci caso – scrive l’ex ministro dell’Interno – nei sottopancia dei tg scorre sempre il titolo “emergenza immigrazione”, magari anche quando segue una buona notizia, o una notizia di routine”.

È questo l’approccio sbagliato, come se non risolvendo adesso l’emergenza immigrazione il rischio è quello di un immediato peggioramento della vita degli italiani e degli europei. L’immigrazione non è un fenomeno congiunturale, di questo momento, anzi è un fenomeno che accompagna da sempre la storia dei popoli: Obama è africano; la criminalità a New York negli anni ’20 era italiana, come di origini italiane è stato uno degli ultimi sindaci di quella città; Sarkozy è figlio di immigrati ungheresi; Charlie Chaplin aveva origini sinti; la maggior parte delle squadre di calcio italiane è fatta di stranieri.

E in questo l’informazione gioca un ruolo fondamentale. Perché trasmette un messaggio che esageratamente distorce la realtà: dobbiamo aumentare la sicurezza per arginare l’emergenza, perché sicurezza esclude accoglienza e viceversa.

Ma così come è sbagliato il messaggio per cui un politico che compra una villa sia disonesto per ciò solo: è il caso di Renzi, ma non quello, per esempio, di Di Maio, che acquista un attico al Colosseo.

Certo, non interessa né l’una, né l’altra, quello che interessa sono i differenti riscontri mediatici di siffatta “notizia”.

Un esempio lampante è quello di Telese, che durante la nuova trasmissione in onda su La7 esordisce parlando proprio della villa di Renzi, quel disonesto che acquista una casa per i propri figli, come hanno fatto milioni di padri di famiglia nella storia del mondo, e viene messo a tacere da Giannino con un leggerissimo “non interessa”. Indovinello: quale dei due giornalisti ha più successo sui social?

Invece il punto è questo: alla gente interessa solo della villa di Renzi. Non dei 49 milioni della Lega, non dei bambini annegati in mare, alla gente non interessa più nulla che possa in qualche modo generare una riflessione, la gente oggi divora solo le notizie in grado di generare rabbia e violenza.

E così i 2438 stupri non interessano a nessuno, anzi, sono le donne che se li inventano o se li vanno a cercare, mentre quello di Pamela no, quello è sintomatico del nostro stato di pericolo cronico dovuto ai quei barconi a largo della Sicilia.

In questo contesto si innesta la politica del chi grida più forte, di chi semina più terrore.

La politica, come l’informazione, è una scienza esatta. Quello a cui stiamo assistendo era tutto già scritto: da una parte il Leviatano, dall’altra Polibio.

Oggi assistiamo ad un inquietante connubio di queste due teorie: da un lato, si governa solo con la paura; dall’altro, l’oclocrazia. Ovvero “uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della polis è alla mercè delle masse”. È una forma depressa di democrazia, che nulla ha a che vedere con il diritto di essere rappresentati, significa solo che il politico smette di fare il proprio mestiere, che consiste in una piena e consapevole assunzione di responsabilità di parola e di gesto, e si rimette ai consigli del popolo.

E quando il giornalista titola: “Basta schiavi in mare: non rispondere più agli Sos”; “Anche Macron ha la lebbra”; “Blocco navale e confini chiusi”; “Caos europeo sui migranti”; “Emergenza migranti: al via l’ashtag #chiudiamoiporti”, le risposte dei leoni da tastiera si accavallano l’una all’altra: “se quei bambini non fossero partiti, ora non sarebbero annegati”; “basta questi schiavisti, chiudiamo i porti alle ONG, padroni a casa nostra”; e via discorrendo.

Cioè, oggi l’informatore medio ha perso la voglia di fare giornalismo, sembra preso solo dalla voglia di collezionare like sui social nel più breve tempo possibile. Si è esercitato alla “pensabilità”, rifiutandosi di offrire alla mente del lettore l’opportunità di elaborare un pensiero responsabile, obiettivo, rinunciando alla possibilità di creare un dibattito serio, venendo meno al suo dovere di informare.

No, oggi sembra che anche l’informazione sia piegata alla coercizione del politico che lancia spiegazioni prefabbricate, soluzioni uniche per ogni problema, quel dannato ragionamento taglia unica per cui l’altra volta ho fatto così, quindi andrà bene anche stavolta.

È arduo ormai abbandonarsi alla condivisione di un fenomeno attraverso la compassione, la compenetrazione, rappresentabile come il mestiere dell’attore secondo il metodo Stanislavskij: calarsi nei panni dell’altro, nelle sue scarpe, se ce l’ha (come dicono gli inglesi).

Dimenticare se stessi insieme ai pregiudizi e alla vulgata imperante. Il “pensabile” è uno strumento di rimozione del disturbo, una barriera al coinvolgimento.

E in una Democrazia che sia tale, questo non è accettabile.

Ecco, l’opposizione democratica adesso ha un compito preciso e assai difficile: riportare l’opinione pubblica nella giusta direzione.

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