Attenti, qui si rischia di fare la disunità d’Italia

Focus

L’economia divide. Dunque bisogna investire sulla cultura per cercare di unire

Se il problema fosse solo l’Europa la via per uscire dal tunnel l’avrebbe indicata Papa Ratzinger nel 2011. Nel suo discorso al Bundestag c’è un passaggio memorabile.

La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. E pensare che i tedeschi rimasero freddi di fronte a tanta lucidità. Avremmo dovuto capire già tutto allora, quando si preparava la cura d’austerity.

Ma il problema oggi ormai non è solo l’Europa. Il problema siamo noi. Tutti quei giorni perduti a preoccuparsi delle secessioni sovraniste ci hanno oscurato il rischio che corriamo: la disunione d’Italia. Sarà perché su ogni cosa tendiamo a dividerci tra medici e non, economisti e ragionieri, scienziati e visionari, populisti e europeisti, radicali e conformisti. Sarà perché noi italiani salviamo un migrante su due in tutto il Mediterraneo da oltre tre anni e allo stesso tempo chiudiamo i porti. 

Saranno tutte queste cose, che delineano un’identità contraddittoria, ma questo nostro essere dottor Jekyll e mister Hyde oggi ci sta pericolosamente portando alla deriva. Economicamente, socialmente e culturalmente, perché politicamente lo siamo sempre un po’ stati dal 1948 in poi. Eppure mai come ora sarebbe il caso di avere un’Italia unita. Per davvero, come auspica in solitudine il Presidente della Repubblica.

Nel mondo governa il caos ma comanda il capitale, al cittadino si è sostituito il consumatore digitale, la nuova polis è il mercato, tanto che aumentano i milionari e i poveri vedono ridursi il loro esiguo piccolo patrimonio. Le aziende hanno sempre la tentazione di richiedere l’aiuto di stato per ripararsi dalla concorrenza e dalla globalizzazione, i governi zoppicano e nessuno a Bruxelles come a Aquisgrana riesce ad avere una minima risposta per cento milioni di europei che rischiano l’esclusione socialeSiamo soli.

Tutto il Nord, più Toscana ed Emilia Romagna, è in prima classe, insieme alle zone più ricche della Francia, della Germania, della Finlandia, dei Paesi Bassi, dell’Austria e del Sud della Gran Bretagna e dell’Irlanda. Il Centro e il Mezzogiorno stanno invece scivolando in basso alla classifica, dove troviamo Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Grecia e il Sud della Spagna. Il progetto sulle autonomie regionali vorrebbe rafforzare le tre aree che producono il 40% del Pil nazionale ma alla fine non fa che incrementare la voglia di secessione in un paese che è già abbastanza diviso, almeno dal 2001, anno dell’adozione della moneta unica e della riforma del Titolo V della Costituzione, e che ha subito la peggiore caduta della ricchezza negli ultimi dieci anni avendo una crescita negativa pro capite nel periodo 2007-2016, unico caso nel G7.

Gli investimenti diminuiscono, gli stranieri non scelgono, le opere pubbliche sono ferme, aumenta al ritmo di cento cause l’anno il contenzioso tra stato e periferia, l’economia stagna. In vista dell’aumento dei tassi di interesse imprese e famiglie già scontano le crescenti difficoltà di accesso al credito, l’incrementarsi di un linguaggio violento a tutti i livelli alimenta la voglia di scontro non solo verbale che si riflette nell’incremento dei casi di razzismo, nei toni esacerbati della rete, nel raddoppio dei tweetviolenti contro ebrei, immigrati, donne. E invece di essere uniti ci dividiamo ancora di più. Nessuno potrà aiutarci se non le nostre stesse forze. Siamo soli.

A poco servirà la leva monetaria, la solita strada finanziaria che non imboccheranno mai gli individui normali. Siamo soli. Di fronte alla dittatura del capitale che crea sempre meno lavoro e all’abisso dell’esistenza senza fini.

E allora servirebbe un cambio di marciasenza dividersi ulteriormente tra Guelfi e Ghibellini, serve quello spirito di corpo che fece grande l’Italia scamiciata del boom, riaprendo l’enciclopedia della nostra storia, riscoprendo la forza delicata della volontàOccorre liberare dall’oblio la scuola, quella scuola che è fondamentale nel tenere insieme radici comuni e origini diverse (uno studente su dieci in Italia è straniero, più che un costo una ricchezza), quella scuola cruciale per il ripudio della violenza e della discriminazione sociale, quando invece le statistiche dimostrano invece che siamo il paese con meno laureati in Europa e meno occupati tra chi ha raggiunto il secondo grado di istruzione. Riscopriamo la forza trainante della nostra cultura, la capacità di unire le diversità nel rispetto di chi la pensa differentemente, come ci hanno insegnato De Gasperi, Berlinguer, Pannella. Per avviare questa operazione Rinascimento c’è un solo posto dove tutti sono uguali e questo posto è appunto l’aula, l’ultimo strapuntino di mondo reale, dove l’unità nazionale dovrebbe essere sancita non solo con le bandiere tricolore e azzurra stellata all’ingresso e la foto del Capo dello Stato all’interno ma riempita di contenuti. Una nazione nasce e muore tra i banchi di una classe, laboratorio di assise ben più grandi e parlamentariDa lì nasce il rispetto per le istituzioni, il merito, la competenza.

E invece animosità, pregiudizi, avversione verso gli stranieri, disprezzo per gli altri, sono diventati i mali di oggi, che spaccano la nostra comunità e trovano terreno fertile nel divario tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra lavoratori e pensionati, disoccupati e scoraggiati. Se l’economia divide e sovrasta la politica, penetrando tutte le decisioni umane, coltiviamo di nuovo la cultura, il rispetto dei diritti umani, il dovere della conoscenza, l’amore per gli ultimi. Altrimenti siamo destinati a diventare davvero solo un’espressione geografica.

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