«Sopravvissuto», viaggio sulle montagne rosse di Marte

Focus

Il nuovo film di Ridley Scott racconta la tragedia di un astronauta dimenticato sul pianeta. Tratto dal libro di Weir, parte zoppicando, poi recupera e infine si chiude in modo assurdo

Ridley Scott compirà 78 anni il prossimo 30 novembre e non sembra avere alcuna intenzione di andare in pensione: ha già annunciato un ennesimo capitolo di Alien che dovrebbe uscire nel 2017, quando avrà 80 anni. La discontinuità della sua carriera è fra le più clamorose e variopinte: a differenza di registi come Ford, Bunuel o Bresson che hanno sempre fatto lo stesso film (e che film!), Scott è un grande eclettico, un po’ alla Kubrick ma con molti più titoli all’attivo. Ha alternato successi a flop, film riusciti ad autentiche schifezze.

Se c’è un tema ricorrente nella sua opera, è l’amore per la fantascienza. Non sorprende quindi l’uscita di Sopravvissuto – The Martian, ispirato al bestseller omonimo di Andy Weir che per l’occasione viene ripubblicato da Newton Compton. Tanti anni fa, in una conferenza stampa romana, chiesero a Scott quali fossero i tre ingredienti fondamentali per fare un bel film. Lui rispose in inglese: «The script, the script… and the script». Il copione, il copione… e il copione! È una risposta che non deve sorprendere da parte di un regista così visivo e poco narrativo. Il sottinteso è: datemi una bella sceneggiatura e ci penso io. Il problema è che a volte, nei film di Scott, manca proprio… lo script! Hannibal, scritto da David Mamet e riscritto da Steven Zaillian, era un copione insensato – e il film era orrendo. Le crociate, scritto da William Monahan, era un copione compatto e politicamente coraggioso – e il film era ottimo. Il recente Exodus, scritto dal citato Zaillian e altri tre sciagurati, era un polpettone indigeribile. E così via.

Sopravvissuto sta a metà. Drew Goddard, lo sceneggiatore, ha una «d»2 di troppo nel cognome ma non è un fesso: fa parte della scuderia di J.J. Abrams, ha scritto un capolavoro come Cloverfield e diversi episodi di Lost. Mettendo le mani sul libro di Weir, ha avuto un’idea di fondo molto brillante ma non è riuscito a risolvere alcuni problemi. Il film inizia in modo zoppicante, ha almeno mezz’ora di troppo nella prima parte, poi «svolta» con un’idea divertente a circa 90 minuti di durata (quando non tutti gli spettatori, passateci la battutaccia, sono sopravvissuti), la tiene magnificamente per un’altra mezz’ora e poi si stiracchia fino a 140 minuti (troppi) con un finale assurdo, da vera e propria «americanata».

Più che un film, è un viaggio sulle montagne russe: o rosse, visto che siamo su Marte. Diciamo subito qual è l’idea brillante: raccontare la tragedia di un astronauta abbandonato su Marte come una commedia. Matt Damon è il botanico Mark Watney, un Robinson Crusoe dello spazio: la spedizione su Marte della quale è membro deve ripartire in fretta e furia e lo dimentica lassù. In realtà sono convinti che sia morto, ma Mark è solo svenuto: e quando si risveglia capisce di essere solo su un pianeta discretamente inospitale (l’incipit è identico a quello dell’atteso western Revenant di Inarritu, con DiCaprio, negli Usa a Natale). La base dove lui e i suoi colleghi lavoravano, però, è ancora lì: Mark può sperare di cavarsela. Intanto, sulla Terra si accorgono che è ancora vivo e la Nasa non sa come gestire la notizia. Quando lo sapranno i suoi compagni inizierà l’avventura… ma prima avremo seguito Mark in situazione buffe, del tipo: come coltivare patate concimando la terra rossa di Marte con la propria cacca? E altre amenità del genere, che rendono Sopravvissuto una «space-comedy» con molti momenti avventurosi, piuttosto che un film di fantascienza con parentesi comiche. Forse il momento più divertente è quando, alla Nasa, tengono una riunione segreta e la battezzano “il consiglio di Elrond”, citazione dal Signore degli anelli: e fra gli attori in scena c’è Sean Bean, che nel kolossal ispirato a Tolkien interpretava Boromir. Utima cosa: la canzone Life on Mars di David Bowie non c’è, ma si sente – dello stesso Bowie – Starman, in mezzo a una colonna sonora molto pop (Abba, Gloria Gaynor). Scelta giusta, perché il testo di Life on Mars non parla assolutamente di Marte. Ma questa è una cosa che sanno in pochi.

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