Proviamo a ribaltare il discorso sovranista

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Siamo davanti ad una rivoluzione sovranista: non un cambio di maggioranza politica, non la normale dialettica della democrazia liberale

Dobbiamo capirlo, una volta per tutte. Che non è un intoppo temporaneo, un accidente della storia, una fase di passaggio, no: è il compimento di uno spirito del tempo, di quello che da oltre dieci anni Steve Bannon va pianificando: prima di cambiare la politica, bisogna cambiare la cultura. Ed esattamente una nuova cultura, un pensiero dominante, quello che si è imposto in Italia e si sta imponendo nel mondo.
La rivoluzione sovranista, la chiamano in molti utilizzando una definizione azzeccata. Questo abbiamo davanti: non un cambio di maggioranza politica, non la normale dialettica della democrazia liberale. Ci troviamo di fronte invece a forze nuove e dominanti, che vogliono un cambio radicale, rivoluzionario. E non a caso, anche la proposta grillo-leghista, figlia di questa nuova fase, della rivoluzione ha tutti i caratteri deleteri.
Il fanatismo in primis: l’afflato giallo-verde per i suoi sostenitori e simpatizzanti, per militanti e quadri, non è una delle opzioni possibili, la più convincente (secondo loro) a disposizione degli elettori. È piuttosto “il bene assoluto”, la verità, la volontà generale (vedi alla voce Rousseau). E proprio in nome di questa ogni forzatura è concessa, ogni estremismo permesso, ogni mezzo è giustificato dal fine. C’è in questa come in tutte le rivoluzioni, la radicalizzazione. Non ci sono grigi possibili o posizioni sfumature. O di qua o di là, “Siamo in guerra, con l’elmetto”.
Per questo nella nuova forma mentis dominante non è pensabile essere contro la rivoluzione; chi rema contro è un venduto, un traditore del popolo, un corrotto, al soldo di interessi stranieri; il pensiero critico non è contemplato, come succede in un culto, in una religione. C’è il predominio sui mezzi di informazione, inoltre; l’algoritmo dei social è la principale arma nelle mani dei rivoluzionari; l’utilizzo della fake news, una scienza: si può diffondere una falsità sapendo che continuerà a circolare, nonostante qualsiasi smentita possa arrivare.
Così si arriva alla distruzione della verità. Si può dire tutto e il contrario di tutto: oggi no alleanze, domani sì alleanze; oggi euro no, domani euro sì; oggi impeachment domani no impeachment; oggi democrazia, domani colpo di stato. È così che crolla la possibilità di qualsiasi discorso razionale, così muore qualsiasi possibile confronto tramite gli argomenti e il dibattito delle idee; la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.
Bisogna capire che di fronte a ciò, i vecchi strumenti rischiano di diventare inservibili. Gli appelli alla responsabilità, al rispetto delle istituzioni, alla tolleranza, al ritorno ai valori civili, rischiano di apparire vani. E risulta molto difficile portare consensi dalla propria parte utilizzando mezzi discorsivi: nella società dei social si vive in bolle che sono cognitive ancor prima che politiche, e se non si bucano queste con una strategia appropriata, ogni sforzo rischia di risultare vano.
Una strategia riformista, quindi, non può che ripartire dall’affermazione perentoria dei valori della democrazia liberale. E difendendo questi, provare a rompere le bolle. Andare nei posti, contaminare, cambiare frame, ribaltare i discorsi. Utilizzare le tecniche dei dissidenti, non dell’opposizione. Matteotti, Mandela, Václav Havel, Walesa. Da lì ripartire. Preparandosi ad una lunga marcia, sapendo che anche che non è detto assolutamente che un fallimento della rivoluzione, e l’irrompere della realtà, possano essere in grado di minare il nuovo fanatismo.

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