“Non c’è stupro”. La Spagna contro la sentenza del branco di Pamplona

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È ora di cambiare la legge, la violenza va valutata sull’assenza o meno del consenso della vittima

Questo è uno di quei casi in cui la società è più avanti di alcune delle istituzioni che la rappresentano. In Spagna ieri gli occhi di tutti erano puntati sul processo alla “manada”, il branco di cinque ragazzi tra i 27 e i 30 anni di Siviglia accusati di aver violentato in gruppo una ragazza di 18 anni a Pamplona nel 2016, mentre si teneva la celebre festa di San Firmino. Per il giudice però non si è trattato di stupro ma di “abuso sessuale” perché – è la motivazione – è mancata la violenza palese e la ragazza non ha opposto sufficiente resistenza. La pena, di conseguenza, è stata di 9 anni anziché di 20 come chiesto dall’accusa. Non solo: tra sei mesi, il branco potrà già chiedere i primi permessi per uscire di prigione, perché avranno scontato un quarto della pena (due anni e tre mesi).

Con questa condanna la responsabilità cade di nuovo sulla vittima perché si parla “di una coercizione indiretta, o non imposta con esplicita violenza – si legge sul periodico indipendente El Salto – ma che si basa sulla superiorità fisica e numerica degli aggressori”. La vittima diventa vittima due volte: di un gruppo di uomini violenti prima, del tribunale che avrebbe dovuto fare giustizia dopo.

“Polémica sentencia” è il titolo dell’editoriale de El País dedicato al processo che ha aperto un forte dibattito nella società soprattutto sulla distinzione giudiziaria tra abuso e violenza, una differenza “non sempre facile da stabilire” e che “porta alla dolorosa domanda”: “quanto bisogna resistere per evitare di essere violentata senza però giocarsi l’integrità fisica o la vita e, al tempo stesso, essere riconosciuta come vittima di un grave attacco alla libertà sessuale ed essere sicura che gli aggressori non rimangano impuniti?”.

“Forse – si legge ancora nell’editoriale – non è stata considerata nella sua giusta misura l’intimidazione in un atto di aggressione sessuale; il punto più debole dell’argomentazione dei giudici. In ogni caso, questo fatto segna un prima e un dopo e ha provocato un dibattito sociale dal quale sarebbe stato conveniente bandire le opinioni frettolose e demagogiche. Le donne non devono sentirsi meno sicure a causa di questa sentenza e i trasgressori sessuali non restano impuniti. La sentenza lo conferma”.

Il tema è proprio quello, spostare il parametro di giudizio sul consenso, cosa che solo il Regno Unito, Irlanda, Belgio, Cipro, Lussemburgo e Germania riconoscono, come spiega Anna Blus di Amnesty International Spagna nell’articolo “El sexo sin consentimiento es violación. ¿Por qué sólo nueve países europeos lo reconocen?” (Il sesso senza consenso è violenza. Perché solo nove Paesi europei lo riconoscono?”).

Ed è quello che chiedono la società spagnola e il Movimiento feminista de Madrid che ha organizzato le manifestazioni in tutta la Spagna dopo la sentenza shock. L’associazione, che riunisce vari collettivi, si riconosce nello slogan #MeToo o #YoTambién perché “la violenza, di vario tipo, è una cosa che purtroppo nella vita è capitata a tutte le donne”, spiega Chelo del Movimiento Feminista.

Al grido di “Yo sí te creo” (“Io ti credo”) e “No es abuso, es violación” (Non è abuso, è violenza”), centinaia di persone si sono riunite di fronte al tribunale della Navarra, dove si è tenuto il processo, 10mila persone (50mila per gli organizzatori) a Madrid, 6mila a Barcellona e ancora tantissime persone a Valencia, Granada, Siviglia, Cadice, Bilbao, La Coruña, Palma. E domani si ricomincia con nuovi cortei e assemblee pubbliche nella capitale e nel resto del Paese. Il dibattito è aperto, le mobilitazioni sono partite. È ora di cambiare la legge e non solo in Spagna.

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