Il futuro della socialdemocrazia tedesca è tutto sulle spalle di Andrea Nahles

Focus

La nuova leader della Spd dovrà ricostruire un partito esploso alle ultime elezioni federali. E dovrà mettere in campo tutte le sue doti

Alla fine è andata come tutti si aspettavano. Andrea Nahles, 47 anni, è la nuova leader della Spd, la prima donna a ricoprire questa carica nella storia ultracentenaria del partito tedesco. Il congresso straordinario di Wiesbaden l’ha eletta con 414 voti su 624, per una percentuale pari al 66,35 per cento dei delegati, chiamati a scegliere il successore di Martin Schulz. Numeri meno ampi rispetto a quelli previsti alla vigilia, che sono lo specchio di un partito alla disperata ricerca di una nuova identità. Non è un caso che la percentuale sia praticamente la stessa registrata nel referendum con cui i 400mila iscritti socialdemocratici hanno dato il via libera alla partenza del governo di coalizione con l’Unione cristiano-democratica di Angela Merkel, il terzo nelle ultime quattro legislature. L’altra candidata, la meno nota Simone Lange, quarantunenne sindaca di Flensburg, ha ottenuto 172 voti, più di quelli preventivati.

E’ stata una votazione che ha messo in luce il pesante travaglio in cui vive la seconda volkspartei tedesca, esploso con le ultime elezioni federali del 24 settembre 2017, ma partito anni fa, già dai tempi delle riforme dello scorso decennio che hanno cambiato la faccia al partito. In molti, dentro la Spd, considerano l’alleanza con la Merkel il motivo principale dell’emorragia di voti che ha portato al 20% dello scorso anno, il minimo storico. Tra questi c’era anche Martin Schulz, che dal giorno dopo il voto si è speso per evitare il ritorno della cosiddetta GroKo. Fatica sprecata, perché il fallimento della Jamaika Koalition (Cdu-Csu con Verdi e Liberali), le pressioni esterne (su tutte quelle del presidente della Repubblica Steinmeier), il terrore di un ritorno alle urne e lo spettro del terzo posto dietro i populisti di Alternative fuer Deutschland, hanno obbligato la nascita di un altro governo nelle vesti di partner di minoranza.

Tra chi, nel drammatico momento in cui si è deciso di dare il via alle trattative, ha spinto per la posizione di responsabilità c’era anche Andrea Nahles. Ed ha giocato un ruolo decisivo. All’ex ministra del Lavoro sono bastati 10 minuti per accendere gli animi dei delegati, molto più di quanto non avesse fatto Martin Schulz in un’ora di intervento. In quel preciso momento si è capito che la Nahles sarebbe stata la prossima leader della Spd. Non a caso è stata eletta capogruppo al Bundestag prima ancora che presidente. Ora il peso della ricostruzione è tutto sulle sue spalle. Nei precedenti quattro anni al governo ha ottenuto risultati importanti per migliorare il welfare dei tedeschi, dal salario minimo all’integrazione previdenziale per le donne con figli fino alla pensione a 63 anni. Provvedimenti che però non hanno ottenuto un riscontro nelle urne. Per cambiare il corso della storia, dovrà mettere in campo tutte le sue doti: la passionaria che parla alla pancia del Paese e la pragmatica che, a testa bassa, lavora per portare a casa il risultato, costi quel che costi. Oggi il prezzo è il futuro del più importante partito socialdemocratico d’Europa.

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