I progressisti si devono unire secondo la lezione di Spinelli

Focus

L’unità europea deve essere legislativa, fiscale e sociale

La lettura dei giornali mi sconforta. In sostanza i contenuti sono un corollario, proprio nel suo duplice significato, di quello che sostengo da un anno: l’inizio di una nuova crisi economica, geograficamente generalizzata, che mi auguro non si intensifichi ma che si percepisce quotidianamente nella qualità della vita della gente comune. Per non parlare di chi, come me, in possesso di un quoziente intellettivo normale, gridava e scriveva, sin dai tempi della Grecia, che il problema si doveva risolvere in maniera diversa e che la scelta dell’austerità sarebbe stata un boomerang. Il lussemburghese dei paradisi fiscali, con i suoi seguaci, se ne accorge ora! E poi la rincorsa agli eccessi di liberismo con la speranza che gli stessi potessero essere volano di sviluppo e progresso contemporanei non ha funzionato. Ciò perché allo sviluppo, del quale
beneficiano prevalentemente le imprese, deve corrispondere il progresso sociale degli individui in termini di soddisfazione migliorativa dei propri bisogni: purtroppo non è accaduto, non accade. Né accadrà senza investimenti pubblici che sono l’alternativa alla recessione e produttori del mantenimento dell’occupazione e dell’incremento della stessa.

Agli incauti gialloverdi va inoltre spiegato che ritardare le pensioni del lavoro privato in funzione della maggiore aspettativa di vita, e per lavori non usuranti, è logico
economicamente e fondamentale per la diminuzione delle spese per lo stato e per la destinazione del relativo risparmio a pubbliche utilità. Ma sperare che gran parte dell’attuale livello generale ministeriale possa capire è probabilmente vano. Gli Stati Uniti d’America hanno calmierato la vecchia crisi con risorse pubbliche e stampaggio di moneta, ma qualcosa sta riaccadendo anche lì. L’Europa, quella storicamente
occidentale, deve organizzarsi e tagliare i suoi rami inutili che ne minano l’unità interna. E l’unità deve essere legislativa, fiscale e sociale altrimenti la difesa dell’euro ed i panni caldi che ogni anno vengono usati per cercare di sistemare le vicende di bilancisto non riusciranno più nel loro intento. I paesi europei singolarmente, “sovranisticamente”, per dirla con gli inadeguati nuovi nazionalisti, non potranno sostenere da soli in tempi brevi la concorrenza globale. Il Capitalismo così com’è ha un peccato originale: la vocazione, individuata da Marx, al collezionismo. E quindi la libido junghiana alla ricerca dell’incremento del proprio avere, indipendentemente dalla caducità della vita e dalle necessità individuali. Il problema è tutto lì: l’enorme planetaria anomalia nella distribuzione della ricchezza che, una volta prodotta, non sopporta, da sempre, un’equa suddivisione.

Rockefeller sosteneva che le grandi famiglie capitaliste, oggi le multinazionali, dovrebbero restituire gran parte delle ricchezze possedute all’umanità e quindi al pianeta che hanno consentito l’accumulo delle stesse. Ed oggi anche attraverso la tutela necessaria ed irrinunciabile dell’ambiente che proprio gli eccessi infausti del liberismo e del colonialismo hanno contribuito in maniera determinante a deturpare. La politica progressista, la scienza multiforme ed universale possono compiere in tempi medio lunghi il miracolo della giustizia sociale planetaria che dovrebbe essere il fine ultimo dell’Homo Sapiens e della sua costante evoluzione. “Per un’Europa libera e unita. Progetto per un manifesto”, idea spinelliana innovatrice rispetto al pur straordinario lavoro di Kalergy, che traeva vita dalla libertà kantiana e dal federalismo hamiltoniano, generò il movimento federalista europeo per il quale bisognava riprendere “immediatamente in pieno” il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali attraverso il socialismo. Ovviamente quello liberale che, ancora una volta, lo si chiami come si vuole, è l’unica possibilità progressiva nel tempo per la pace e la giustizia fra i popoli.

Di questa idea nata nel 41, sviluppatasi come movimento nel 43, cofondatrice attraverso Spinelli dell’Unione dei Federalisti europei nel 46, divennero sostenitori, pur con sensibilità diverse, anche liberal democratici e popolari. E l’attività di
Spinelli fu preparatoria di tutti gli atti istituzionali attori nel tempo del percorso per giungere all’Ue. Percorso che ha consentito 70 anni di sviluppo, di pace e di progresso nell’Europa occidentale pur con tutte le contraddizioni esistite ed esistenti. Oggi questa Ue è monca ed imperfetta: bisogna ridefinirla e renderla efficace compatibilmente con i tempi che corrono e con protagonisti che recitino una sola parte, quella europeista.

Ecco perché i progressisti italiani, riformisti e riformatori, devono immediatamente predisporre una piattaforma comprensibile e credibile per le elezioni europee i risultati delle quali ci racconteranno l’umore della gente. Dobbiamo lavorare senza contraddizioni interne – oggi già battibecchiamo scioccamente nel Pd sui risultati delle votazioni dei circoli – e sperare che l’elettorato rifugiatosi nell’astensionismo e quello che ha voluto provare gli eredi di Grillo tornino a casa per ottenere un risultato numericamente, non percentualisticamente, parente stretto di quello del Pd del 2008 o del 2014, e possibilmente superarlo! E l’Europa che ci interessa è quella storicamente occidentale, anche se quella eccessivamente nordica dà segni di insofferenze reazionarie. La parte di Europa generosamente accolta dopo la caduta del muro di Berlino, lo ripeto con chiarezza, ci riguarda meno. Perché o si adegua, nei modi e nei tempi che verranno convenuti e lo ritengo difficile, all’ineluttabile divenire europeista per evitare barbarie finanziarie, o dovremo andare da soli se vogliamo rappresentare con meno di quattrocento milioni di abitanti – i 28 paesi, Gran Bretagna compresa, teoricamente europeisti, oggi superano i cinquecento milioni di abitanti – la storia di civiltà e progresso culturale e scientifico prodotto nell’interesse di tutta
l’umanità. Progresso ovviamente inquinato dal delittuoso colonialismo che, unitamente ad obiettive incapacità locali non modificate generosamente dal colonialismo stesso che le ha usate pro domo sua, ha prodotto le povertà mondiali. E questo anche perché le indipendenze concesse non sono state accompagnate da una necessaria politica altruistica degli ex occupanti. Ciò ha generato altri “occupanti
sostanziali” durante la guerra fredda, considerati alleati dai nuovi regimi dittatoriali locali. Così come il cosiddetto comunismo asiatico avrà prodotto riso per tutti, ma la drammaticità della compressione dei diritti civili e salariali ha indotto ed induce altre tragiche povertà.

E dopo la caduta del muro di Berlino altri cambiamenti, altri voltafaccia, altri casini. E quelle povertà mondiali che tali, grossomodo, sono rimaste cercano rifugio in occidente, Stati Uniti d’America compresi, che hanno però la responsabilità, fra l’altro, di aver prevalentemente sponsorizzato le dittature destrorse dell’America Latina, produttrici di morti e di miserie per molti e ricchezze per pochi. Senza dimenticare purtroppo che la parte conservatrice del clero ha sostenuto per decenni la reazione in Europa ed in America. E quindi, nel complesso, torniamo alla necessità etica e strategica di restituire in modo intelligente la ricchezza accumulata in danno altrui.

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