Lo sport paralimpico, un diritto alla speranza

Focus

Ogni bambino che sulla sua carrozzina dice “voglio correre in bici”, “voglio sciare”, “voglio tirare di scherma”, deve poterlo fare

“Si tende a escludere quello che non si conosce e noi, invece, vogliamo diffondere lo sport paralimpico”.

Lo dice, con saggezza e grande capacità di visione, Oscar De Pellegrin, sportivo paralimpico plurimedagliato che sintetizza così al meglio lo spirito che anima il mondo degli sportivi con disabilità. Lo devo ammettere, ho un’ammirazione sconfinata nei loro confronti, perché penso che rappresentino il senso più nobile e autentico dell’impegno sportivo: passione, sacrificio, sfida ai propri limiti, gusto della competizione, solidarietà reciproca, rispetto del compagno di squadra e dell’avversario.

Tutti noi, in questi ultimi giorni, abbiamo esultato per le medaglie conquistate dalla nazionale azzurra ai Giochi paralimpici invernali di PyeongChang, tutti ci emozioniamo nel sentire l’urlo di gioia di Bebe Vio quando vince, o quando abbiamo visto Alex Zanardi sollevare in segno di vittoria la sua handbike e trasmettere un’immagine potente di rivalsa, ma anche e soprattutto di speranza. Bebe e Alex, insieme a tanti altri atleti, grazie a un bellissimo progetto che abbiamo lanciato alcuni mesi fa sono oggi anche degli ‘Ambasciatori’ dello sport paralimpico nelle scuole e negli ospedali, dove raggiungono migliaia di ragazzi che stanno intraprendendo un percorso di riabilitazione.

Pensate che risorsa di fiducia infinita rappresentano questi straordinari atleti per chi affronta ogni giorno la propria condizione di disabilità e che in loro riconosce una concreta possibilità di riscatto da un’esistenza messa alla prova da mille difficoltà: un’occasione reale di riconquista della propria vita a dispetto della sfortuna.

Luca Pancalli, presidente del Cip, ci ha spesso raccontato storie meravigliose, in cui lo sport ha significato per tanti ragazzi una vera e propria pulsione di vita irrefrenabile, storie in cui lo sport ha fatto superare barriere che sembravano insormontabili: ed è questa sua natura a renderlo un diritto cui devono poter accedere tutti.

Ecco perché nel garantire e sostenere un diritto la politica e le istituzioni hanno un ruolo decisivo. La passione sportiva degli atleti paralimpici ha necessità di supporto e di visibilità: ha bisogno, in altre parole, di essere praticata, conosciuta, ha bisogno di un’organizzazione forte e di risorse.

Come Ministero per lo Sport su questo fronte abbiamo investito molto: sul rilancio dello sport paralimpico rivendico, con soddisfazione, una parte importante degli impegni presi e portati a termine.

Purtroppo a volte succede che una famiglia non si possa permettere il costo di una handbike, e che per un impianto a misura di disabilità occorrano risorse ingenti. Servono risposte concrete e noi abbiamo cercato di darle: il Cip è diventato ente autonomo (uno dei miei primi provvedimenti da ministro e di cui sono profondamente orgoglioso), abbiamo istituito un Fondo di 5 milioni di euro per l’acquisto di ausili e protesi per la pratica sportiva di chi ha disabilità, abbiamo creato diverse possibilità di finanziamento per la creazione e l’adeguamento di strutture dotate di criteri di accessibilità, e abbiamo sostenuto iniziative ed eventi dedicati. Aprendo, credo, una strada dalla quale non si può e non si deve tornare indietro e che, anzi, dovrà essere percorsa con sempre maggiore impegno e costanza.

Ogni bambino che sulla sua carrozzina dice “voglio correre in bici”, “voglio sciare”, “voglio tirare di scherma”, deve poterlo fare. Le urla di gioia di ognuno dei ragazzi delle paralimpiadi sono il suono, la voce della speranza. Fare sentire questa voce, restituire fiducia a queste persone straordinarie, è un compito al quale il nostro Paese non deve mai venir meno, e per il quale, personalmente, non smetterò mai di impegnarmi.

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