L’idea statalista ha un respiro cortissimo

Focus

Fatta una doverosa autocritica, pure l’idea liberale deve riempire i contenuti della sinistra

È piuttosto diffusa la tendenza ad affermare che a livello nazionale e internazionale vada sempre più restringendosi lo spazio per un’azione politica efficace ispirata a posizioni riformiste di sinistra liberale.

Per quanto mi riguarda tendo a considerare vero il contrario, soprattutto in Italia, dove le condizioni allarmanti della finanza pubblica, dell’efficienza della macchina amministrativa e dell’andamento della produttività (di ogni tipo di produttività misurata: del lavoro, del capitale, totale dei fattori) rendono di fatto impraticabili ricette di stampo socialista subalterne alle parole d’ordine sempreverdi e sempre ingannevoli dello statalismo, del dirigismo, del vincolismo costruttivista e del protezionismo (parole d’ordine peraltro non estranee ad alcune delle più grossolane malefatte dell’attuale governo italiano).

Al di là di sempre possibili battute d’arresto tattiche, l’area politico-culturale del liberalismo di sinistra deve continuare ad avere una chiara visione della propria indispensabilità strategica e di lungo periodo.

Una piattaforma programmatica “più Stato-più spesa pubblica-più tasse-più deficit-più chiusura” può essere oggetto di seducenti narrazioni e di mode giornalistiche, ma ha il respiro cortissimo.

Malgrado per taluni possa risultare rassicurante e perfino attraente, essa è fallace, inattuale e inattuabile.

Ciò non significa affermare che la sinistra liberale non abbia errori da riconoscere e revisioni da compiere: serviva di più sul piano del governo degli effetti negativi, sia economici che cultural-identitari, della globalizzazione, e del senso di profonda insicurezza che essi hanno prodotto in larghe fasce della popolazione; della lotta per ridurre la povertà, il lavoro sottopagato e le disuguaglianze di opportunità e di reddito; del rafforzamento del circuito – sempre più determinante per un ampliamento effettivo delle opportunità individuali di autorealizzazione – istruzione-ricerca-formazione-riqualificazione; dell’impegno contro la slealtà fiscale delle più grandi aziende transnazionali; della riattivazione di livelli accettabili di mobilità sociale, senza i quali appassisce la speranza e trionfano le paure e la rabbia, combustibili essenziali, insieme alle fake news, dei successi globali del nazionalismo populista.

Questa analisi autocritica, se non vogliamo attardarci in meccaniche ripetizioni di slogan del passato, è doverosa.

E tuttavia resta necessario, laddove davvero si vogliano prioritariamente alleviare le sofferenze dei più deboli, ammassare forze culturali e politiche per far vivere, nel Partito Democratico e nel progressismo europeo ed extra-europeo, una battaglia di idee seria e di alto profilo, capace di far comprendere a tutti che non lo Stato proprietario ci occorre, ma uno Stato severamente regolatore e compiutamente efficiente; che non è più procrastinabile un potenziamento in senso nettamente federalista del processo di integrazione europea, pena la perdita di qualsiasi incisivo potere di co-determinazione del nostro futuro collettivo; che spianare la strada agli investimenti e alla crescita – con una robusta diminuzione dei costi e dei tempi degli interventi pubblici e della burocrazia; con una modificazione dei rapporti tra centro e periferia che vada nel senso della riforma costituzionale del 2016, non nel senso dell’autonomia divisiva di stampo leghista; con una riduzione drastica dei tempi della giustizia civile e della pressione fiscale su imprese e lavoratori; con la volontà di riaffermare con limpida coerenza che quella del Mezzogiorno è una grande e centrale questione nazionale – rimane il modo migliore di battersi per l’equità e contro il disagio economico e l’esclusione sociale. Cioè di svolgere l’unica funzione che dà alla sinistra e al centrosinistra, comunque si intenda definirli, un senso e in fin dei conti il diritto di esistere.

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