Se lo Stato e le Regioni ballano insieme

Focus

La politica è fatta di cose dimostrabili e che toccano da vicino la pelle delle persone. Guardando agli ultimi cinque anni di cose ne sono state fatte molte

Più che di grandi e barbosi discorsi, la politica è fatta di cose. Cose fatte e cose dimostrabili. Nelle politiche di welfare, quelle che toccano da vicino la pelle delle persone, guardando agli ultimi cinque anni di cose ne sono state fatte molte.

Basta citarne tre. Il primo Fondo contro la povertà, il Fondo sul Dopo Di Noi, il Fondo sui Caregiver. E chi continua a dire che il Pd ha fatto poco contro le diseguaglianze e le categorie più deboli forse ha vissuto sulla luna, oppure è stato molto fuori dall’Italia tornando solo per le feste comandate. O ancora è in malafede.

Il governo e le regioni hanno ballato insieme, il primo fornendo risorse certe e cornici normative aggiornate, le seconde integrando e completando i livelli essenziali fissati a Roma e coordinando l’azione dei comuni. Si chiama regionalismo virtuoso; lo stato fissa degli standard di base validi da Nord a Sud, le regioni, a seconda dei bisogni rilevati, intervengono, aggiungendo o modificando, limando e integrando, in un passo a due che è l’unico a funzionare.

Se non ci fossero stati oltre 5 miliardi nel bilancio dello stato, dal 2016 in poi, per la lotta all’indigenza, in Emilia Romagna, ad esempio, non vi sarebbero state ben 13.300 domande per il Reddito di solidarietà in soli 5 mesi. Ripetiamo: 13.300 famiglie (pari a 34.000 individui!) che si sono riversati agli sportelli dei comuni di una sola regione e hanno chiesto questa nuova politica pubblica. Non ci sarebbe stata la storia di Maurizio, un giovane adulto che ha frequentato un tirocinio formativo adeguato alle sue competenze e che vede già la prospettiva di un lavoro o di Anna una ragazzina di 17 anni, con problemi di forte isolamento sociale, che per tre pomeriggi la settimana dà una mano in una struttura di disabili e che ora sta decisamente meglio. Una gigantesca operazione di institution building, di costruzione di un nuovo pilastro del welfare pubblico, puntellato dal valzer stato-regioni.

Se non ci fossero stati gli oltre 100 milioni per il Fondo per il Dopo di Noi e i 60 milioni per i Caregiver non saremmo stati sommersi da visite di associazioni, genitori, volontari e operatori che ci chiedevano consigli, suggerimenti, indicazioni su quali strutture progettare, su quali iniziative elaborare, per assicurare una vita dignitosa ai figli non autosufficienti, o su quali forme di sollievo scegliere per familiari stremati dall’accudimento di persone disabili.

La faccia del welfare regionale non è più quella di 5-7 anni fa, è decisamente cambiata, senza togliere risorse a servizi indispensabili, senza il solito gioco delle tre carte. C’è stata la volontà di sperimentare, di promuovere una visione dinamica e progressista di welfare. Questa è l’unica cosa che un partito riformista deve fare: trasformare e migliorare, senza paure, senza freni tirati. Il welfare non è uno stile di vita, ripeteva Bill Clinton. Non è assistenzialismo, vecchio e immodificabile, non è una flebo a cui stai attaccato tutta la vita, ma un modo concreto e temporaneo per uscire da condizioni di bisogno. Diciamolo in giro. Cose fatte, non paroloni.

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