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Sui 49 milioni rubati allo Stato, Salvini c’entra eccome

Una sentenza di Tribunale inapplicata, presa a picconate e delegittimata da un partito di governo che, in barba alle regole dello stato di diritto, cerca di trasformare un buon risultato elettorale in un via libera all’arbitrio. 49 milioni di euro di fondi pubblici oggetto di truffa, soldi incamerati dalla Lega, poi spariti e non restituiti allo Stato, che quella truffa, stando alla decisione del Tribunale di Genova, ha subito.

Gli alleati di governo, i 5S, che, nonostante le tante prove in senso contrario e le tante lezioncine di onestà e trasparenza impartite in passato agli avversari politici, oggi dicono di “credere a Salvini”, come se Salvini fosse non un capo-partito ma un dogma.

Un silenzio assordante del ministro degli Interni e del ministro della Giustizia nelle sedi istituzionali, nonostante il moltiplicarsi delle interrogazioni dell’opposizione e degli interventi d’aula dei parlamentari del Pd.

Sui giornali spiegazioni solo apparenti, che non spiegano nulla, e anzi spesso finiscono per essere toppe peggiori del buco che vogliono coprire. Strattonamenti e richieste improprie al Presidente della Repubblica, al quale a un certo punto si è persino domandato di vestire i panni di censore della magistratura.  Panni che il capo dello Stato, che come tale presiede il Csm, non vuole e non può indossare.

Insomma, ce n’è abbastanza per affermare che la vicenda dei soldi della Lega sta assumendo, complessivamente, contorni inquietanti.

Della sentenza genovese del luglio 2017 si è già detto, e molto si è scritto su quella del 12 aprile scorso della Cassazione che ha fissato il giusto principio della sequestrabilità dei fondi, ovunque essi si trovino, fino al recupero dell’intero maltolto. Ma è necessario anche ricordare che gli inquirenti sono stati indotti a ritenere degne di approfondimento le pesanti accuse rivolte al gruppo dirigente della Lega da un ex revisore contabile del partito, al punto che da gennaio è in corso un’inchiesta con al centro ipotesi di riciclaggio.

Allo stesso tempo non si può non sottolineare la totale insostenibilità della tesi difensiva di Salvini, basata sull’assunto che la vicenda riguarda chi c’era prima di lui, cioè Bossi e Belsito. È vero il contrario: nella vicenda in questione Salvini ha svolto un ruolo non trascurabile.

Con lui segretario è continuato l’incasso e l’impiego di fondi che già da tempo si sapeva essere oggetto di una grave ipotesi di reato. È con lui segretario che si sono registrate variazioni abnormi nel patrimonio del partito. È con lui segretario che sono nate un insieme di realtà-satelliti della Lega che, secondo quanto filtrato sulla stampa, ad avviso di chi indaga, sarebbero state create per mettere risorse al riparo dai sequestri ordinati dalle autorità dopo la sentenza di condanna dell’anno passato.

È con lui segretario che la Lega, definita ieri da Calderoli “parte lesa” in questa storia, ha ritirato nel 2014 la Costituzione in giudizio come parte civile, dando vita al primo esempio di soggetto asseritamente leso che si sente così leso da rinunciare a chiedere i danni a chi pensa gliene abbia procurati!

Di cose per cui indignarsi, in questa faccenda, ce ne sono molte. La magistratura farà il suo corso. Ma il giudizio politico non può attendere la magistratura, anche se in questo caso una sentenza già c’è. Politicamente siamo di fronte a uno scandalo e ad una prepotenza.

È inammissibile che gli esponenti di un partito governativo sovrastato da così grosse ombre non avvertano il dovere di dare delucidazioni credibili alla pubblica opinione, cominciando col farlo nel luogo al quale non si può né si deve sfuggire: il Parlamento.

Il Pd, che li ha invitati a chiarire, li sta aspettando alla prova. Non smetterà di richiamarli all’osservanza dei loro doveri civili e morali, e non lascerà niente di intentato per ottenere che al più presto sia fatta luce su avvenimenti che ad oggi risultano in larga parte terribilmente oscuri.

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