“Un partito super-solido nella società liquida”. Parla Stefano Bonaga

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L’intervista al filosofo bolognese: “La complessità moderna si rappresenta passando dal concetto di delega a quello di cooperazione”

Non è uno Stefano Bonaga particolarmente ottimista quello che incontriamo per Democratica, tanto da esordire con la frase, pronunciata con un sorriso amaro: “L’affermazione di Gramsci sull’ottimismo della volontà per me oggi è diventata ‘disperazione della ragione, velleitarismo della volontà’”. E ogni riferimento al governo gialloverde non è puramente casuale.
Ma con lui, intellettuale, docente di Antropologia filosofica all’Università di Bologna, è delle prospettive della sinistra, e in particolare del Pd, che vogliamo parlare.

Siamo alla vigilia dell’Assemblea nazionale che darà il via al percorso per il congresso. Come si sta impostando secondo lei il dibattito dentro il Pd?
Il Pd con il congresso cerca un leader, ma un leader si identifica con un programma che rischia di rimanere lettera morta. Bisogna organizzare la potenza sociale , passando dal ‘Che fare’ di Lenin al ‘Come fare’. Si parla solo di conquista del consenso e di governabilità, ma sono condizioni formali che non implicano l’efficacia, perché se hai dietro il consenso di persone che vanno dietro al pifferaio magico, semplicemente non sei efficace. Lo dico con una provocazione: si tratta di tornare a essere comunisti, ma partendo dal concetto del Manifesto del ’48 “A ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie possibilità”. I corpi intermedi devono ricostruirsi su questa base, creando cooperazione, e i cittadini attivi sono la linfa necessaria. Certo non nel senso inteso da Grillo, che ha introdotto il concetto di rete come soggetto legittimante. Quaranta cretini sul web non sono “la Rete”.

Che consigli sente di dare, oggi, al Partito democratico?
Io ho una mia visione, che perseguo da 25 anni, che certo implica qualche consiglio. Da assessore a Bologna con il progetto Iperbole demmo Internet gratis a tutti. Allora partivo dalla base analitica dell’impotenza della politica quale noi la conosciamo, perché le strutture politiche su cui si fondava, create 250 anni fa sulla base di una società stratificata, oggi non esistono più. Quella di oggi è una società complessa, composta da una molteplicità di interessi, che si possono rappresentare a patto però di passare dal concetto di rappresentanza a quello di cooperazione. Per questo ho sempre detto che più che rottamare le persone, andavano rottamate le politiche. E’ necessario ricostruire la società convocando il massimo della potenza sociale su base cooperativa.

Lei parla di riconoscimento delle capacità, una cosa ormai fuori moda tra No Vax e No Tav.
Certo, perché il populismo è la depoliticizzazione della cittadinanza, un compito che spetterebbe esattamente ai corpi intermedi. La decrescita dell’autorevolezza dei corpi intermedi dovrebbe essere compensata da un aumento di fermento e di innovazione al loro interno.

Dunque i partiti servono ancora?
Sono sempre più indispensabili. In una società liquida un partito liquido si confonde con l’acqua, per questo deve essere al contrario super-solido. Un processo che si attiva alleandosi ogni giorno con le competenze dei territori, che sono la società, invertendo il discorso: non ti chiedo di darmi fiducia, ma sono io che ho fiducia in te. La società va interrogata in termini di cooperazione, e non di delega.

Nel senso di cedere all’esterno una parte di sovranità?
Al contrario. Non si tratta di cedere sovranità, ma di includere potenza. Per ridurre la complessità dell’ambiente occorre “complessificare” il sistema, ossia chiamare alla politica molte più persone. Si tratta di lavorare, sperimentare e costruire.

Chiudiamo con un ultimo consiglio al Pd.
Già prima del congresso, si occupi di come ricostruire il partito e non di come creare consenso. Si interroghi su come diventare un punto di riferimento di convocazione della potenza sociale, ad esempio riuscendo a fissare degli obiettivi concreti. Un partito si ricostruisce non solo dicendo chi lo guiderà o indicando un programma di governo, che forse non verrà mai realizzato. Ci vogliono pensiero e azione, azione, azione. Questa è la politica.

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