19 luglio 1992, l’inferno in via D’Amelio

Focus
Paolo Borsellino

La mafia uccide il magistrato Paolo Borsellino e la scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ore 16.58 del 19 luglio 1992. Una calda domenica d’estate in Sicilia, a Palermo. Qualcuno spinge il tasto di un telecomando e in via D’Amelio è l’inferno. A esplodere davanti al civico 21 della strada, dove si trova l’abitazione della madre del giudice Borsellino, è una Fiat 126 imbottita di 90 chilogrammi di Semtex-H.

Una potente miscela esplosiva che spazza via e fa letteralmente a pezzi il magistrato Paolo Borsellino (52 anni) e cinque agenti di scorta: Agostino Catalano (43 anni), Emanuela Loi (24 anni), Vincenzo Li Muli (22 anni), Walter Eddie Cosina (31 anni) e Claudio Traina (27 anni).

L’orrore e il sopravvissuto

A volte le storie personali ci raccontano molto di più di tante altre ricostruzioni. Antonio Vullo è allora un giovane poliziotto, si salva per quei casi che ti interrogano per tutta la vita: perché a me no e a loro sì? Si salva per caso: Borsellino e i cinque colleghi della scorta scendono dall’auto per andare a citofonare alla madre del giudice, lui torna indietro a parcheggiare meglio la macchina.

Mentre ero girato con il viso per fare retromarcia, ho sentito un’ondata di calore infernale e poi il boato. Sono sceso dall’auto che era già in fiamme. Intorno a me era tutto buio“, racconta in una intervista esclusiva all’agenzia giornalistica Adnkronos. E qualche anno fa, aveva spiegato meglio i contorni dell’orrore: “Sono sceso dal’auto e ho visto proprio l’inferno, e ancora oggi quell’inferno lo sento addosso. Dopo un paio di minuti sono arrivati i primi soccorsi, e quando mi hanno bloccato ero sopra a un piede mozzato di un collega. Poi ho visto intorno tutto quello che c’era, dei pezzi dei colleghi“.

In via D’Amelio, dunque, è di nuovo l’inferno: dopo la strage di Capaci, cinquantasette giorni prima, in cui perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta, la mafia colpisce senza pietà e senza sforzo.

Le iniziative in memoria

Oggi nel 27esimo anniversario della strage sono in programma numerose iniziative dedicate alla loro memoria, alle quali sarà presente anche il capo della Polizia Franco Gabrielli. Sarà, invece, la prima volta senza Rita Borsellino, morta lo scorso ferragosto. “Quest’anno mi riesce più difficile partecipare alle celebrazioni perché non c’è Rita – afferma il fratello Salvatorema sono felice che, per la prima volta, questo anniversario sia stato programmato insieme dal movimento delle Agende rosse e dal Centro studi Paolo Borsellino. Per me non si tratta solo di fare memoria, ma di lotta perché ogni volta dobbiamo ricordare che a ucciderlo non è stato il nemico, bensì il fuoco che proveniva dalle sue spalle, da chi doveva combattere insieme a lui. Per questo per me memoria significa lotta“.

Nel primo pomeriggio, sul palco allestito in Via D’Amelio si susseguiranno gli interventi dei familiari delle vittime della strage e delle vittime di mafia. Alle 16,58 sarà osservato un minuto di silenzio e alle 18 “Verità di Stato, Verità di tutti?”, incontro con magistrati antimafia e presentazione del libro “Paolo Borsellino- Cosa nostra spiegata ai ragazzi” con Salvatore Borsellino e il giornalista Marco Lillo. In serata, alle 20 da piazza Vittorio Veneto, muoverà la fiaccolata in memoria delle vittime.

Verità, non solo commemorazioni

Il problema non sono le celebrazioni in memoria: quelle in Italia non mancano mai. Stefano Pedica del Pd afferma: “Sono tante le risposte che mancano, molti gli interrogativi che restano su quanto avvenuto il 19 luglio del 92. Oggi più che mai dobbiamo impegnarci non solo a tenere viva la memoria di Borsellino ma a chiedere a gran voce la verità. Qualcosa si sta muovendo ma c’è ancora tanta strada per arrivare a capire tutto quello che è successo, serve il coraggio della verità. Una verità che aspettiamo da troppi anni“.

Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avvennero in un contesto non solo di gravi e volute incapacità funzionali ma anche di vere e proprie complicità, che fecero dei magistrati, dei poliziotti, di coloro che in prima linea combattevano la mafia dei veri e propri dead man walking, come testimoniano anche gli atti recentemente desecretati dall’Antimafia.

E proprio in quegli atti, proprio in quegli audio in cui Borsellino spiega come era condotta la lotta contro mafia, con quali mezzi, con quali risorse, con quali problemi, oggi capiamo meglio come è stato possibile non nella Beirut della guerra civile libanese, non a Bagdad o a Mogadiscio, ma nell’Italia civilissima e democratica, che la mafia abbia ammazzato col rispettoso silenzio e il luttuoso far nulla dello Stato, coloro che lo Stato lo stavano difendendo.

“Che senso ha essere protetto alla mattina, per poi essere libero di essere ucciso la sera?”

Le parole più dure sono quelle che Borsellino pronuncia nel 1984 davanti alla Commissione antimafia: “Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?“.
E ancora: “La mattina con strombazzamento di sirene la gran parte di noi viene accompagnata in ufficio dalle scorte, ma il pomeriggio c’è una sola macchina blindata e io sistematicamente vado in ufficio con la mia auto per poi tornare a casa verso le 21-22“.
E ancora, nel 1988, quando era procuratore a Marsala: “Non si riusciva a capire come si dovesse istituire una volante che circolasse di notte a Marsala. Non era possibile, non c’erano gli uomini ed io ero stanco, ad un certo punto mi venne in testa di fare la proposta di dimezzarmi la scorta per fare la volante. In questo modo si è fatta. A Marsala, la quinta città della Sicilia, con 100 mila abitanti circa, non c’era una volante né della Polizia, né dei Carabinieri, che potesse assicurare l’intero arco delle 24 ore“.

Antonio Vullo, il poliziotto sopravvissuto. Alla vigilia della ricorrenza, un paio di anni fa, gli chiesero se tornava spesso in via D’Amelio. “Sì, ma preferisco andarci di sera, al buio, quando le luci sono spente e non c’è nessuno. Molti lì si fanno vedere tanto per mettersi in mostra, io no”.

Quello che ancora manca dopo 27 anni è questo: non spiegare a Vullo perché lui si sia salvato e gli altri siano tutti i morti, ma perché non siano ancora tutti vivi, perché oggi ci siano tre poliziotti alla sbarra, perché abbiamo dietro depistaggi e silenzi, omissioni e irregolarità che fanno paura e uccidono esattamente come quell’esplosivo che nel 1992  siportà via un pezzo dell’Italia della legalità e della lotta alla mafia.

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