Ok di Strasburgo al copyright online, il governo italiano tra gli sconfitti

Focus

Dopo un lungo iter il Parlamento europeo dice sì alla direttiva sul copyright sul web. Lega e M5S votano no, ma adesso il governo è tenuto al recepimento

Il voto di Strasburgo sul copyright in Rete ha fatto irruzione anche nella direzione Pd, la prima dell’era Zingaretti convocata per oggi, con l’annuncio della sua approvazione dato da Paolo Gentiloni e l’applauso dei presenti. Dunque è fatta: la direttiva europea sul Copyright nel mercato unico digitale è stata approvata dal Parlamento di Strasburgo e adesso, dopo la ricezione da parte degli Stati, sarà legge nei 28 (o 27, senza il Regno Unito), Paesi membri dell’Ue.

Un vero e proprio percorso a ostacoli, quello compiuto dalla direttiva sul diritto d’autore nell’era di Internet, che dopo un lungo iter legislativo iniziato nel 2016, molte polemiche e accese barricate sull’uno e l’altro fronte, e un risultato in bilico fino all’ultimo momento per le spaccature nei diversi gruppi e fra le delegazioni, alla fine ha visto prevalere i favorevoli con 348 sì, 274 no e 36 astenuti.

Ma cosa cambia, adesso? E perché pur di impedire l’approvazione del testo, un colosso come Wikipedia ha addirittura oscurato le pagine italiane nelle 24 ore precedenti al voto, invitando gli utenti a fare pressione sugli eurodeputati? È davvero in discussione la libertà di espressione, come ha sostenuto qualcuno? Cominciamo col dire, testo alla mano, che per gli utenti e i navigatori del web non cambierà nulla. Ciò che la direttiva ha voluto porree al centro, invece, è finalmente una regolamentazione del diritto d’autore online, un compito fino ad oggi lasciato alle mani, e al buon cuore, delle singole piattaforme, i cosiddetti “giganti” del web.

Con le nuove regole, nello specifico con le norme contenute negli articoli 11, quello dedicato alla stampa, e 13, sulle cosiddette opere di creatività (quelli più avversati dai “big” come Google e Facebook), i colossi del web dovranno corrispondere un giusto pagamento a giornalisti, musicisti e autori in generale le cui opere siano state messe in rete sulle loro piattaforme, attraverso aggregatori di notizie. In poche parole Google, Facebook e gli altri giganti diventano a tutti gli effetti responsabili dei contenuti fatti circolare sulle loro piattaforme, quando questi si prefigurano come il frutto di un lavoro creativo.

Per Nicola Danti, l’eurodeputato dem intervenuto in Aula a Strasburgo sulla direttiva, si tratta di “un grande risultato perché per la prima volta si chiamano le grandi piattaforme alla responsabilità nei confronti degli autori”. Nessuna censura dunque, spiega Danti, perché “la direttiva non impatterà sulle Pmi e non riguarderà la diffusione del sapere senza scopo di lucro, come ad esempio le enciclopedie libere del web”, ma nuove regole che “mirano a garantire equi compensi ad autori e creatori che sono la spina dorsale della cultura europea e rappresentano una fetta importante della nostra economia”.

Un esito che ha visto sconfitto il governo italiano, che in sede di Consiglio europeo si era espresso contro il nuovo copyright, e i cui rappresentanti a Strasburgo oggi non si sono fatti vedere in Aula, per poi palesarsi al momento del voto con un no compatto; un comportamento che, è l’opinione di Danti, indica che “M5S e Lega sono servi delle multinazionali, mentre Dario Franceschini ha commentato su twitter: “La battaglia per tutelare il diritto d’autore ha sempre visto l’Italia in prima fila. Sino al voltafaccia di questa maggioranza, oggi tra gli sconfitti da un voto storico”.

“Contro la direttiva è stata messa in campo l’artiglieria pesante – racconta a Democratica l’eurodeputato dem – come ad esempio Wikipedia che ha fatto comparire sulla bio di alcuni deputati la dicitura “si è battuto contro la libertà di stampa”. Un atto gravissimo, che si spiega solo con il fatto che il più grande finanziatore di Wikipedia è Google”. Al netto dei giganti però, tutte le associazioni di autori ed editori hanno salutato la direttiva come una vittoria. Per quello che riguarda l’Italia, adesso i riflettori si spostano sul governo, tenuto a garantire un rapido recepimento della direttiva e una sua piena applicazione.

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