Il reddito di cittadinanza con la povertà non c’entra

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Le misure del governo non risolvono alcunché: la pietra tombale su qualunque ipotesi di coesione sociale

Sono settimane che continuo ad affermare che non sarà “questo” reddito di cittadinanza a sostenere le povertà assolute e le fragilità sociali ed economiche diffuse ma, anzi, amplierà disuguaglianze e povertà. Come continuo a dire che al Mezzogiorno servono soprattutto intelligenza (di analisi e di proposte), competenza, rigore, qualità politica delle classi dirigenti, cura: tutto il contrario di soluzioni pasticciate, misure confuse, azioni disordinate e scoordinate, masaniellismi, classi dirigenti che “mirano a campare” invece di coltivare pensieri lunghi.

Questo, perché conosco il Mezzogiorno. E perché quel “Vento della Decrescita” che soffia sul Paese, se fa assai male al Centro-Nord, può essere letale al Sud. Ancor più nell’ipotesi di scambio che porti ad un’attenuazione dell’ “antisviluppismo” al Nord, e all’autonomia rafforzata senza ruolo regolatore e perequativo dello stato e  in cambio di reddito di cittadinanza al Sud.

È la pietra tombale su qualsiasi ipotesi di coesione e di unità possibile del Paese. Per questo condivido le analisi che di recente Angelo Panebianco ha svolto sul tema, l’invito ad una alleanza nord-sud contro i “no” che bloccano il Paese, la messa in guardia sulle ricadute devastanti delle scelte di questo Governo nel Sud sommate a quella che Gianfranco Viesti ha definito “la secessione dei ricchi”. Lo dico senza mezzi termini: non si illuda Di Maio che la sua è una ricetta economica, come ha un po’ pomposamente affermato stamane. Le ricette economiche hanno bisogno di ben altra consapevolezza della posta in gioco e dello stato dell’arte.

Davanti a noi i rischi sono evidentissimi, solo gli stolti, o i furbi, non li vedono. Con questo mix, il Mezzogiorno rischia di essere condannato alla dipendenza più umiliante, mero generatore di forza lavoro di riserva, “parente povero” alla lunga insostenibile. Cancellato da una spinta verso un’autonomia regionale sempre più impetuosa, in forme di vero e proprio egoismo politico ed economico supportate anche da una errata visione e contabilizzazione, lo ha rilevato Svimez, del residuo fiscale. Ho definito questa dinamica il peggior rigurgito degli anni ’50. Quando nel nostro Paese si crearono quel cosiddetto “esercito industriale di riserva” e quella condizione semicoloniale del mezzogiorno – non dobbiamo aver paura delle parole forti – che, se hanno contribuito alla fortuna delle regioni industriali, hanno ampliato a dismisura il gap nord-sud.

E’ esattamente questa la deriva del reddito di cittadinanza: un meccanismo perverso teso a creare una sorta di “riserva di lavoratori poveri” costretti a spostarsi pur di non perdere un sussidio, totalmente sottratto alla logica prioritaria dell’inclusione sociale.

A fronte di un federalismo in versione “hard”, cui per chiacchiera demagogica si sono accodati alcuni presidenti di regioni meridionali, e che non collide soltanto con un principio costituzionale (già questo sarebbe gravissimo) ma devia da qualsiasi ipotesi ragionevole di mantenere l’Italia nel gruppo di testa delle nazioni europee, posizione tenuta con immensi sacrifici e che adesso può incrinarsi pericolosamente.

E’ da irresponsabili fingere di non sapere che, dalla siderurgia al settore petrolifero, dalla meccanica alla chimica, dalla meccatronica all’aeronautica e a una miriade di piccole e medie imprese avanzate, il Sud è già ora se non più a Nord del Nord, certo non in posizione subalterna. E ignorare quanto Mezzogiorno ci sia in quella dorsale manifatturiera che ancora oggi tiene a galla il Paese.

Certo, alla peggio ci si potrebbe anche augurare che la cifra antindustrialista-assistenzialista e antimeridionalista del Governo possa addirittura tradursi in uno scossone per forze politiche, imprenditoriali, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali del Sud, da quello stato di ipnosi da chiacchiera che sembra dilagare. Ma, per l’appunto, è un paradosso, una sorta di “ultima spiaggia” della volontà. Mentre quel che serve è un’azione politica e sociale, qui ed ora, di grande forza e consapevolezza, capace di catalizzare e coagulare le energie migliori, tantissime, in circolazione.

Che al Sud “si può” lo dimostra un’estesa galassia di “localismi virtuosi” che hanno il maledetto limite di non sentirsi tessuto connettivo, di non essere “rete” ma “individualità eccellenti” buone per qualche inchiesta sul “Sud che funziona”. Perché niente, o poco, “funziona” se la coesione con il resto del Paese e con L’Europa non si realizza prima tra le classi dirigenti e le forze del lavoro e sociali del Meridione.

Come? Ci sono parole-chiave ormai scomparse quasi completamente dal lessico politico ed economico imposto da questo Governo. Provo a richiamarne alcune: sistema-paese, mezzogiorno, politiche industriali, lavoro, nuove generazioni. Sono parole-chiave che hanno bisogno di classi dirigenti consapevoli e all’altezza. Al nord e, soprattutto, al sud. Questione non più rinviabile che avrebbe dovuto informare, ma le ragioni per nutrire più di qualche disincanto non mancano, anche la dinamica congressuale del Pd. Perché anche questo è il nostro compito: tenere insieme il Paese, contro venti e sirene separatiste, tenerlo insieme difendendo e sostenendo non solo l’unità nazionale indicata come bene supremo dalla Costituzione ma anche la solidarietà territoriale. Si ragiona da qui in poi, non a prescindere.

Nella consapevolezza, di tutti, che il giro di boa lo passiamo solo se la cassetta degli attrezzi è adeguata. Oggi, come lo fu all’epoca dei Trenta Gloriosi.

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