Quel rumoroso silenzio sul Mezzogiorno

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La politica è “sottomessa all’immediatezza”: ma questo presentismo va combattuto

E’ passata quasi inosservata. Eppure non è una notizia da poco: nelle scorse settimane il Mezzogiorno è stato al centro del dibattito parlamentare, per via della discussione sulle mozioni presentate dai vari gruppi per impegnare il Governo a delineare una visione e una coerente strategia per il Sud: entrambe, al momento, appaiono tragicamente assenti.

Nonostante l’importanza del tema sia del tutto evidente, trattandosi del futuro del Paese, e non solo del Meridione, e benché la discussione in aula abbia evidenziato, pur nella diversità di orientamento, analisi e proposte di estremo interesse, nonostante ciò, dicevo, le tante pagine quotidianamente pubblicate su carta stampata o in rete sono state particolarmente silenti e tali sono rimasti anche tutti coloro che pure sono soliti “condividere”, indignati o no, i post sui vari social. A dire il vero – anche se il dirlo
duole ad un democratico meridionale come chi scrive – silenti sono rimasti pure i partiti, nelle loro strutture ufficiali sui territori, almeno quelle ancora rimaste in vita.

Disinteresse per la politica? Non credo, a giudicare dallo spazio e dal tempo dedicato a narrare ed a cercare di comprendere le alchimie combinatorie di correnti e cordate ai vari livelli istituzionali (penso ad esempio alle recenti elezioni provinciali e alle grandi manovre per le prossime regionali) e che dai più sono riguardate come chiave per interpretare tutto quello che si muove nell’universo pubblico ed amministrativo. Non direi, dunque, disinteresse per la politica.

Semmai, forse, una mutazione del senso stesso dell’esperienza politica nella percezione comune. In effetti, se comparato alla perdurante e ancora attuale risonanza delle grandi iniziative parlamentari sul Mezzogiorno, il silenzio che ha fatto seguito alla discussione in aula di questi giorni è veramente rumoroso e temo confermi l’ormai ampia diffusione di un’idea di politica dal respiro corto, viziata da quella trappola che Giuseppe De Rita ha definito, in un libro recente, come “presentismo”. Una politica, cioè – scrive il fondatore e presidente del Censis – “sottomessa all’immediatezza”, che “non ha bisogno di rappresentanza, e considera i corpi intermedi, innanzi tutto i partiti, al massimo come dei comitati elettorali da montare e smontare”.

L’effetto conseguente è di ricondurre l’agire politico ad un esasperato tatticismo, e di ridurlo ad una sorta di gioco ad incastro come si fa con i mattoncini Lego e come sempre capita in massimo grado quando si cerca di mettere insieme soggetti ritenuti, a
torto o a ragione, detentori di pacchetti di voto (anche dopo il quattro marzo, e nonostante il quattro marzo). Appunto: giocare alla politica come si gioca con i mattoncini variopinti della Lego, al più velando con un poco di civismo il cinismo della ricerca del potere.

Qualunque cosa voglia dire civismo e presumendo, forse, che poi gli elettori seguiranno, al limite con qualche promessa tanto gratificante in campagna elettorale quanto difficile da realizzare, soprattutto quando è necessario fare i conti con una contrazione (che è poi radicale in sede locale) delle risorse disponibili.

Che il presentismo politico, nel senso appena detto, sia causa o effetto di una crisi della forma partito, dei mutamenti dei sistemi produttivi, delle trasformazioni tecnologiche, del venir meno delle grandi narrazioni del secolo scorso, o di tante altre cose ancora, qui interessa poco. Ciò che qui importa è che per non andare alla deriva abbiamo bisogno disperato di una visione, di un’anima, di un’idea in grado di costituire una pluralità di persone in una comunità politica, che a sua volta non ha e non intende proporre ambizioni che siano inferiori a quella di riformare profondamente lo stato delle cose.

Per raggiungere questo risultato abbiamo bisogno di attivare processi più che occupare spazi. Abbiamo bisogno di parole nuove e di nuove idee, perché nuova e senza precedenti è la sfida lanciata ai valori e alle regole stesse delle democrazie liberali occidentali dai movimenti populisti, sovranisti ed antieuropei. L’ha ben argomentato Jan Zielonka: “oggi assistiamo all’affermarsi di una potente contro-rivoluzione che mira a smantellare la democrazia liberale e a sostituirla con una nuova forma istituzionale indecifrabile e forse spaventosa” tanto che “il credo antiliberale si è rivelato la più potente arma elettorale”.

E se questi movimenti offrono un campo identitario (e anche semantico) innervato in sentimenti di paura, rabbia, risentimento e finanche di odio xenofobo, e propongono quindi un modello di società che divide il poco tra molti, impaurita dalla competizione e dal futuro, chiusa nelle sue paure, se questo è quanto oggi abbiamo davanti agli occhi allora è necessario ed urgente proporre una strategia radicalmente differente, ricreando, promuovendo e sostenendo il rafforzamento di legami sociali di fiducia là dove altri invece hanno lucrato e ancora oggi lucrano consenso grazie al fatto di romperli, quei legami, frantumandoli, ed esasperando la conseguente condizione di debolezza e solitudine a partire dalle periferie urbane e dalle aree più interne del paese.

Se così è, se cioè la frammentazione dei legami sociali è il dato politico profondo da contrastare in sé e per quel che ne consegue, allora riscoprire i volti delle persone, i bisogni e i sogni di uomini e donne nella loro realtà quotidiana, segnata dal complesso delle relazioni, vissute sempre in uno spazio dialogico e mai racchiuse in un egoismo sterile e acquisitivo, per costruire le condizioni che offrano a tutti l’opportunità di realizzare al meglio le proprie capacità e il proprio progetto di vita: questo dovrebbe essere il senso del fare politica. La qual cosa significa, a ben vedere, rinunciare alla celebrazione dell’individuo senza però perdere la ricchezza e il genio creativo dell’agire individuale: quello è mito e metafora di una scienza economica diventata ormai autistica e di una politica che in nome della libertà crea invece profonda solitudine; questo invece esige invece spazi di autonomia collaborativa ed una politica capace di prendere sul serio il principio di sussidiarietà nelle sue varie declinazioni.

Per riprendere le parole di De Rita: “restituire fini, separati dai mezzi, significa riportare la politica alla sua funzione vitale, rimetterla in condizione di interpretare e accompagnare un nuovo immaginario collettivo. L’alba di una nuova epoca”. Un’epoca, cioè, in cui una politica con lo sguardo aperto, capace di rinunciare ad una rassicurante autoreferenzialità, può sperare veramente di riannodare i fili di un tessuto sociale altrimenti sfilacciato, ed in cui i politici decidano di essere finalmente testimoni credibili, coerenti, competenti e coraggiosi di un cambiamento possibile e necessario.

Perché davanti a noi – ricorda ancora Zielonka – in verità già “è cominciata una nuova era”. Strana assonanza quella tra De Rita, che indica condizioni essenziali per una nuova epoca, e Zielonka, che ragiona sull’era nuova già incominciata. Il che vuol dire, a ben vedere, che veramente siamo ad un tornante della storia collettiva. Purtroppo però “nuove visioni, nuovi leader, nuovi partiti non si costruiscono dall’oggi al domani con un semplice tweet” (è il realismo di Zielonka a ricordarlo).

Teorie? Lodevoli aspirazioni? Non proprio. Perché sono esattamente questi criteri a definire i binari dell’azione politica ovunque essa si trovi ad inverarsi, anche – e direi quasi: soprattutto – in sede locale, nei territori, nelle comunità locali. Diciamoci la verità: senza una visione ampia, senza una idea di come vogliamo essere tra vent’anni, ogni scelta amministrativa, ogni scelta gestionale non può che risultare funzionale a rispondere a domande individuali così creando il presupposto perché a domande talvolta malate siano date risposte egualmente malate. Per queste ragioni il civismo in salsa locale, proclamato o semplicemente praticato, rischia di trasformarsi in brutale cinismo quando si traduce e si riduce in una sommatoria di singole individualità, piuttosto che in una dialogo tra diverse e chiare identità. Ciò è proprio quello che da più parti si lamenta, perché ha portato al progressivo allontanamento di quote consistenti di elettorato dalla partecipazione al voto e quindi dallo spazio politico (dalle mie parti, ogni tanto deve pure essere ricordato, alle ultime regionali ha votato soltanto il 44,07 percento degli aventi diritto).

Questo, per definizione, non è somma ma sintesi di interessi, di orientamenti, di valori, sui beni in comune nella prospettiva del bene comune. Da questo punto di vista il processo di costruzione costituzionale, prima ancora che i contenuti normativi della Costituzione, che abbiamo conosciuto settanta anni fa, ha ancora oggi molto da insegnare, soprattutto a chi ritiene che la fatica di
ricercare una sintesi politica in una visione condivisa di società possa essere surrogata dalla stipulazione di un contratto di governo costruito per sommatoria di interessi, priva di una cornice assiologia comune e ancor prima di una visione condivisa, sia pure in parte, del mondo.

Interpretare e accompagnare un nuovo immaginario collettivo: questa è l’urgenza. Anche per il Partito Democratico. Una visione ampia, per integrare, o almeno tentare di integrare in una unica cornice prospettive, valori, interessi differenti, da portare a sintesi, consapevoli che partito è una comunità politica innervata su fini comuni. Per questo abbiamo bisogno di riscoprire spazi e luoghi per parlare di politica, per consentire alle diverse identità e culture di incontrarsi in una prospettiva più ampia. In un articolo del 1902 Luigi Sturzo scriveva: «Il dilettantismo, il superficialismo, l’empirismo ci ammazzano; la fonte principale di vita per gli uomini sono le idee». Ad avercele, sapendo che esse nascono da una condizione di reciproco ascolto, da sguardi aperti e da dialoghi veritieri. Insomma, per dirla in estrema sintesi, dall’incontro tra identità chiare ma non chiuse, che abbiano l’ambiziosa prospettiva di dare anima e corpo ad una visione del mondo che i beni comuni ripensino nella prospettiva del bene comune.

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