Ora serve più coraggio per l’emergenza Sud

Focus

C’è bisogno di una riflessione moderna, innovativa, libera, allargata, costruita intorno al tema dell’universalismo dei diritti della persona in un contesto solidale e comune che oggi appare distrutto e polverizzato

Già commentando i deludenti risultati alle elezioni regionali siciliane di quasi un anno fa, molti di noi avevano espresso la convinzione che se non si fosse offerta una discussione sui temi e sull’azione specifica fatta o proposta dal governo nazionale e da quelli regionali per impattare sulla vita e sulla condizione dei siciliani, o del Sud in genere, il risultato sarebbe stato parimenti nefasto in termini elettorali, perché il malcontento, storico e di vecchia data, ma oggi aumentato dalla crisi, sarebbe stato raccolto da altri in termini di consenso elettorale, a torto o a ragione.

Segnalava il Rapporto dello Svimez per il Sud dello scorso anno una se pur piccola ripresa, ma nessun sollievo sulle gravi condizioni sociali di larga parte della popolazione. Condizioni sociali che con le ingenti risorse dei Patti per il Sud o per le Città Metropolitane, il cui allocamento è stato del resto deciso di concerto con le stesse classi dirigenti del Sud, sono state sfiorate appena, in pericoloso scollamento con le priorità delle persone. La discussione sulle priorità sociali non c’è stata, ma alcune azioni specifiche sì, e forse sarebbe il caso di parlarne quanto meno per offrire al confronto collettivo attuale altri elementi. Negli ultimi mesi dei governi Pd infatti si sono messe in campo e sono funzionanti tre misure importanti.

La prima: il Rei. Il Reddito d’Inclusione è la prima azione strutturale contro la povertà: sono stati investiti un miliardo e 600 milioni in un provvedimento che rappresenta comunque una risposta sostanziosa al tema della povertà e del disagio sociale e, dal punto di vista delle somme destinate, senza precedenti. La Sicilia è prima per domande sul Rei. Amara constatazione, perché significa che siamo la regione più povera, ma è nello stesso tempo un fatto positivo, perché il Rei è una risposta ed è unita per la prima volta a politiche attive del lavoro e non esclusivamente assistenziali. Accanto all’aiuto economico c’è infatti l’obbligo della formazione e del percorso di reinserimento. Coloro che sono andati ai Caf per avere notizie sul Reddito di Cittadinanza, non hanno trovato quello ma hanno trovato il Rei. In realtà molti di loro già lo sanno, vista l’entità delle domande. Abbiamo detto che le risorse non sono state adeguate, io dico che la misura è stata tardiva, rispetto all’emergenza. E comunque c’è stata.

La seconda: la misura Resto al Sud. Si sono registrate presso Invitalia, l’agenzia che sta gestendo la misura, migliaia di domande, alcune già in elaborazione e altre in analisi. E crescono. Significa che in pochi mesi migliaia di giovani del Sud circa hanno pensato di mettersi in campo con un’idea imprenditoriale, assistita ma non parassitaria. La misura infatti offre 50 mila euro di cui un terzo a fondo perduto e il resto in credito a tasso zero a chiunque voglia investire su un’idea. Anche su questa misura ci sono parecchie risorse e nessuna scadenza. Eppure ha dei limiti: è destinata a una fetta limitata di giovani, quelli che in qualche modo non partono da zero. E’ comunque qualcosa, e del resto il segno più segnalato dallo Svimez nel Rapporto di ieri riguarda proprio una vivacità imprenditoriale del Sud che si è rimessa in moto.

La terza: il provvedimento per il diritto allo studio universitario. Si è molto parlato dell’aspetto della detassazione, e in effetti è un aspetto fondamentale, perché per la prima volta si sono detassate le iscrizioni e la frequenza agli studenti privi di mezzi e si è resa progressiva per fasce di reddito, ma quello che dobbiamo ricordare è che i fondi per le borse di studio sono stati aumentati in modo strutturale: più 40 per cento per il diritto allo studio per la Sicilia rispetto allo scorso anno. E così nelle altre regioni del Sud. Salvo poi, ma questo non lo dicono, in alcuni casi, approfittando dei soldi in più stanziati dal governo nazionale e vendendoseli come propri, hanno dietro le quinte tagliato i fondi regionali per quelle borse.

Sono state tutte e tre politiche di welfare per il Sud associate a politiche attive per il lavoro e la formazione, dunque non spesa passiva e improduttiva, ma investimenti per lo sviluppo, giusto per sfiorare il tema ” assistenzialismo sì o no”. Si può e si deve dare assistenza all’ultimo ma in forma attiva, stimolando lavoro o formazione e non in forma passiva stimolando rendita parassitaria, sennò la povertà e la disoccupazione verranno sempre nutrite e mai sconfitte.

Eppure il Sud arretra. Pur nella ripresa dell’economia d’impresa, dunque privata, il Sud arretra negli indicatori sociali, e dunque arretra in una modalità che non dipende dall’attività e dall’iniziativa di riscatto dei singoli, che comunque c’è e si misura. Indicatori sociali sempre negativi e anzi, ancora più negativi di cui grande responsabilità risiede nell’inefficienza e nell’inefficacia della macchina amministrativa e burocratica dello Stato, lenta, squalificata, elefantiaca. Ovviamente ci sono le eccezioni ma non fanno sistema. Ed è quello che segnala il Rapporto Svimez 2018.

La vita dei singoli, ultimi come meno ultimi, al Sud è devastata non solo da povertà, disoccupazione o bisogno, ma è limitata dall’assenza di servizi o dai servizi pessimi: asili non ce ne sono, scuola ridotta al minimo sindacale, formazione non qualificata, sanità inadeguata, burocrazia che più che asfittica è asfissiante, se non murata, apparati amministrativi decadenti ( non so che altro aggettivo utilizzare, anche qui vale il caso di eccellenze eventuali e sforzo dei singoli) e potremmo continuare. Tutto l’ecosistema di servizio alla persona è scadente (tranne eccezioni che non fanno sistema e scusate se lo ripeto) e sarebbe interessante indagarne motivi e responsabilità, non per assegnare colpe ma trovare i rimedi nei diversi livelli di azione e competenze: locali, regionali e statali.

Quando fermiamo l’attenzione sulle povertà educative e reali, sulle periferie, sul Sud, quando diciamo che un giovane su due è un Neet, dobbiamo metterci in testa che i motivi e i responsabili li conosciamo, che va affrontato il Moloch dello Stato al Sud, delle sue classi dirigenti, dei suoi apparati politici e tecnici. E del coraggio necessario a scalfirlo quel moloch. Un Sud in cui, e le ragioni ci sono, l’idea di Stato come bene comune e non come altro da sé ha sempre avuto dei limiti storici, sociali.

Cosa può fare chi vive allo Zen, a Librino, a Scampia? Cosa può fare un ceto medio intristito se le vie per ottenere qualcosa al Sud, rispetto ai servizi, anche le più banali sono sempre quelle del bussare alla porta di qualcuno, alimentando un circolo sempre uguale di una politica schiava del consenso e di un elettorato schiavo della mancanza di trasparenza? Ringraziamo il cielo che esprima democraticamente col voto il suo malcontento e adoperiamoci per risolverlo.

Si dovranno pestare calli e forse perdere ancora per invertire la rotta? Si dovranno tessere con le armi del dialogo nella franchezza e individuare una costruzione di vincoli se necessario, di valutazioni, di centralizzazioni, di accompagnamento, non fermandosi nella retorica del Sud che non fa e del Nord che fa e dunque leviamo le risorse al Sud cattivo per darle al Sud buono (ipotesi manco lontana: è quel che stanno chiedendo esattamente adesso 11 regioni del Nord al governo gialloverde), perché chi paga poi non sono le cattive classi dirigenti ma persone, bambini, donne, studenti, anziani.

Al Pd oltre che il contrasto alle politiche del governo di destra serve darsi un’agenda per una proposta costruita in altro modo e con obiettivi concreti. Si dovranno combattere le povertà che non sono solo economiche o educative, ma sono anche abitudini povere, ideali limitati e frantumati in egoismi mai legittimi. Il sovranismo cresce anche e di più di queste ultime povertà. Ha dunque un significato politico e non solo sociale il farlo.

Il sovranismo si combatte sì con politiche e investimenti sociali ma si batte ricostruendo orizzonti di benessere comune rispetto al malessere che furbamente schiaccia le persone nella solitudine, con una riflessione moderna, innovativa, libera, allargata, costruita intorno al tema dell’universalismo dei diritti della persona in un contesto solidale e comune, che oggi appare distrutto e polverizzato nelle solitudini che si nutrono di rancore.

Dei diritti tutti, sociali e civili senza gerarchie. Le città del noi, come le definisce Animazione Sociale di Don Ciotti. Tutto non si può fare e nemmeno subito, ma si inizia cercando alleanze, costruendo per parti piccole caravelle, esempi, proposte concrete, con chi se la sente di sfidare nuovi mondi ideali prima che reali.

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