Summit BRICS in Sud Africa, nel disinteresse dell’Europa

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La dichiarazione finale del vertice pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Sarebbe significativo se sull’argomento si aggiungesse anche la voce dell’Europa

È appena finito il decimo summit dei Paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. È come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’Ue nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del Pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro Usa sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque Paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro Paese.

 

Mario Lettieri, ex sottosegretario all’Economia

Paolo Raimondi, economista

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