Supermagic, mistero e materia sul palco del Teatro Olimpico

Focus

Ogni anno così. Uno scrigno di fantasie e di miraggi si schiude di fronte a mentalisti e micro-maghi, ventriloqui ed escapologi, performer e Lupin della ribalta ti scippano la linearità del pensiero per donarti la profondità quasi metafisica dell’immaginazione

Esci dalla 15esima edizione di Supermagic (al Teatro Olimpico di Roma fino a domenica) e ti trovi a gestire tanti stati d’animo e tante espressioni, una sovrapposta all’altra: gli occhi sgranati per la meraviglia come un bambino, la stima per un’organizzazione che di anno in anno porta in scena il meglio della prestidigitazione e dell’illusionismo internazionale, il sopracciglio aggrottato per quello spirito investigativo che investe te e i tuoi vicini di fronte ai numeri più “irreali” che la tua razionalità possa sopportare.

Ogni anno così. Uno scrigno di fantasie e di miraggi (parola che non a caso dà il titolo alla kermesse 2018), di avventure della mente e di innocenti credulità ti si schiude di fronte a mentalisti e micro-maghi, ventriloqui ed escapologi, performer e Lupin della ribalta che, con i look più disparati, dalle tube e dalle marsine anni ’20, ai costumi on the beach, allo streetwear più agile per ingannarti meglio, ti scippano la linearità del pensiero per donarti la profondità quasi metafisica dell’immaginazione.

E allora, come fai a non arrabbiarti con la “pochezza” del tuo sguardo retinico se il tedesco Topas – vera star indiscussa di questo settore dell’entertainment – in una scenografia carinissima da Pierino nella sua stanzetta, ti fa vedere che si mettono in fila, una dietro l’altra, tante palline di diversi colori in una specie di domino scorrevole per poi, all’improvviso, materializzare sui suoi assi esattamente quelle che con un volo elegante “lancia” dal palmo della sua mano? Da dove escono fuori queste maledette?… E se poi un orsacchiotto mini lo trasforma in pochi frame in un bambolottone gigante di quelli che si vincono al tiro a segno? E se, addirittura, chiamando una ragazza dalla platea, e scandendo passaggio per passaggio, gesto per gesto, lì sotto gli occhi di tutti, senza sostituzioni e senza nicchie nascoste, fa apparire sotto un tubo di plastica un bicchiere con l’aranciata dopo che nemmeno trenta secondi prima c’era solo un piccolo, triste bicchiere vuoto?

Ti strizzi le palpebre, dai una gomitata al tuo amico, raccogli lo stupore di tutti, magari useranno pure sistemi elettrici, qualche molla o cassetto segreto, qualche doppio fondo o ritrovato 2.0, non si sa, ma è così, devi arrenderti. L’infinita trasformabilità del reale passa per una percezione pilotata, per sensi arrendevoli, per fascinazioni improvvise, per un carisma che paternalisticamente accetti ma che è il primo a tradirti, a tele-trasportarti in quella dimensione del wizard che fa tanto da metafora al nostro mondo tarlato – altro che simpatia e fiaba – da imbroglioni, bufale e propagande. Quella terra di mezzo fra fatto e mis-fatto, fra realtà e tenebra in cui tutto è possibile, ben rappresentata dalle passeggiate in mezzo al pubblico di un Merlino, nomade e fatato, che fa in questa edizione da cantastorie degli incantesimi, quelli che ci hanno fatto sempre familiarizzare con le oasi dove si vede l’acqua da assetati, con i predoni del deserto, i riti più strani di etnie lontane, i cieli carichi di stelle che fanno da cuscino di seta a quei “buchi neri” dell’evidenza a cui, di tanto in tanto, conviene a tutti affidarsi.

E tanti sono i “carovanieri” di questo firmamento di dolci falsità, che ci lasciano in fin dei conti un’eredità morale mica da niente: le cose sono come ce le apparecchiano, ma anche come noi vogliamo che si cristallizzino con i loro riflessi iridescenti che tanto ci ammaliano, o come vogliamo che si perdano in tante schegge di breve vita se vogliamo indagare, esplorare, capire. Ma forse la “vera” realtà è proprio in quella sottile linea d’ombra, ci dicono gli arsenici manipolatori, che stringe in uno sposalizio stranissimo e perturbante l’oggettività – che tutti osserviamo – a quella Matrix fatta di un drappo che cade tirando fuori dal niente splendide colombe e variopinte cocorite come nell’esibizione dell’applauditissimo finlandese Jay Niemi. O come nei giochi di fumo e di carte, di bastoni e foulard di Dimmare, canadese, classico mago in frac da inizio secolo, famoso nei teatri di tutto il mondo, Moulin Rouge di Parigi e Magic Castel di Hollywood inclusi. O come nel pazzesco numero del talentuosissimo tedesco Jakob Mathias, oro 2015 al Campionato mondiale dei Prestigiatori, FISM: alla fine di un’ambientazione tutta spiaggia, sdraio, cocktail e belle ragazze in bikini, tu lo “vedi” davanti alle quinte che si butta oltre un lenzuolo, e nemmeno tre secondi dopo appare fra le file delle poltrone agganciato a una doccia portatile mentre si lava e ride di tutto gusto. O come, per finire, negli stupefacenti e velocissimi strip alla Fregoli (oggi diremmo, alla Brachetti) dei simpaticissimi trasformisti coreani, piccolini e temibili, Ellie K e Jeki Yoo che, ispirandosi al cinema e ai film cult che hanno segnato la nostra vita, dimostrano di essere ben all’altezza del Guinness World Record conquistato per il maggior numero di cambi d’abito in 30 secondi. Le gonne diventano tailleur, i pantaloncini doppipetti, i vestiti luccicosi tonache, le paillette bottoni rigidi, e tutto a una tale incontrollabile accelerazione che cominci davvero a pensare che gli uomini-butterfly esistono per davvero, o una nuova genia di laicissimi sciamani mandati apposta per riempirti la testa e le orbite di quelle gioiose giostre di lampi e intermittenze che le nostre opache esistenze non posseggono più.

Uno spettacolo imperdibile per il miracolo più bello: unire il fanciullo al sapiente, il mistero e la materia.

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