Il superpompato Adrian? Una tv piena di guru da fuffa

Focus

Rimane la pappa catodica a cui ci ha abituato il Molleggiato in tutti i suoi “big return” degli ultimi anni, di cui avremmo fatto francamente a meno

Ora, passi per i trailer dei giorni scorsi che all’improvviso ci bombardavano sul divano con iniezioni acustiche degne di un tuono da uragano del Pacifico o di un superjet a bassa quota, in barba a tutti i codici che regolano la materia. Passi per il battutismo moscio e seriale di un Frassica, a metà fra Noè e un frate cappuccino, che sembra di aver sbagliato canale e di stare al tavolino dei menestrelli del pretino Fazio. Passi pure per l’apparizione del vero protagonista che si è appalesato alle 22.10, dopo le anteprime, gli “aspettando”, le introduzioni, gli stacchetti per favorire un’orgia di spot di berline (veramente tante), biscotti, creme antirughe, compagnie telefoniche, hamburger e quant’altro. Passi pure per l’insistita caratterizzazione in chiave erotica della sua compagna Gilda (la vera Claudia Mori?) che appare in tante scene sempre desnuda e vogliosa e pronta a togliersi sottoveste e mutandine. Passi tutto, ma alla fine delle prime due puntate di questo Adrian, inguardabile, borioso, noioso, mal diretto, spettegolato, avventato, pletorico, superpompato e offensivo per il gusto del telespettatore culturalmente un tantino più avvertito, con il grande “re” della comunicazione e della “ribellione” Adriano Celentano, sul palco veronese del Camploy per una quindicina di parole, la prima volta, e per circa sette minuti di silenzio, la seconda, con la solita andatura ciondolante e la smorfia sguincia alla “ghe pensi mi”, ma che cosa rimane?

Rimane la pappa catodica a cui ci ha abituato il Molleggiato in tutti i suoi “big return” degli ultimi anni, di cui avremmo fatto francamente a meno, dove ha venduto a prezzi da capogiro la sua anima rock, le sue utopie farneticanti e generaliste da giacobino miliardario, il suo neo-Sessantotto senza aver fatto il primo (a giudicare dal testo di molte sue canzoni dell’epoca, come sottolineano gli esperti), il suo spirito di “rivolta” farcito di cliché e di avventurismo post-ideologico, il suo trasformismo tardo-politico che non è la stessa cosa di lavorare per una trasformazione reale delle cose e dei rapporti di potere. Rimane il solito trogolo dei gossip che fomentano le attese, con la complicità dei giornalisti avvoltoi e voyeur: verrà? Non verrà? Parlerà? Non parlerà? E chissenefrega no? Insomma, per eufemizzare il Fantozzi della Corazzata Potemkin: una boiata cosmica alla quale un popolo infelice e depresso, a caccia di soluzioni e salvatori, abbocca senza pietà, con penose ovazioni da stadio, i “ti amo”, “non morire mai”, “ti preferiamo anche zitto”, “sei bellissimo”, da povera nazione da Quarto Mondo berlusconiano, intellettualmente ferma ai Duran Duran e mai paga di nani e ballerine. Rimane nello specifico una tele graphic-novel, magari bella nella fotografia e in alcune soluzioni cromatiche e montaggistiche, ma di una pedanteria narrativa ultra, con molte incongruenze (come fa una polizia distopica modello Ghestapo, ma acrobatica e con gli occhi fosforescenti, a non trovare un misero orologiaio, in un’era di elettronica integrata e di Grande Fratello realizzato, che per di più ha detto pure dove abita??), e un tronfio auto-appagamento per concettucci “emancipatori” (la bellezza, la libertà, la rivoluzione dal basso, declinati così, a vanvera) che nemmeno alle assemblee studentesche di terza media si sentono.

In gergo, Adrian potrebbe essere definito un less-objection program, ovvero un programma che sembra quasi servizio di pubblica utilità e che raccoglie pochissime “obiezioni” alla sua ragion d’essere. Del resto, mutatis mutandis, perché andare contro una come Maria De Filippi di C’è posta per te se, davanti agli schermi, fa la mandrakata di far ritornare insieme le coppie, far riappacificare i litiganti e ritrovare dopo svariati decenni un uomo e una donna che si erano amati più o meno all’epoca di Caporetto? E’ che ritorna, prepotentemente, nel nostro mondo cariato, l’importanza della Guida Suprema e di una sorta di imitatio Christi. Dice di essa il filosofo Remo Bodei in “Immaginare altre vite”: “…una figura che attrae e respinge con la sua maestà, che è insieme scostante e seducente, capace di calamitare rispetto e amore nello stesso tempo, di dare morte e vita, di far avvertire distanza e prossimità. Rinunciando al pensare autonomo, l’orgoglio di diventare partecipi del suo potere e dei suoi progetti, di assorbirne magicamente le energie, di avere un ruolo palese e riconosciuto, al suo fianco, nella costruzione dell’avvenire, eleva l’animo e irrobustisce l’adesione di molti – e non sempre dei più ingenui – ai regimi totalitari” .

Ecco i parvenu del tele-cosmo: ottimizzatori, razionalizzatori, catechizzatori, fidelizzatori, attivatori di dinamiche emulative, intagliatori di coscienze, guaritori dai peccati idealistici, “radiologi e tastatori di polso”, diceva Debray ne “Lo Stato seduttore”, “battitori o appostatori” che danno la caccia “agli schemi estremamente volatili dei desideri e dei comportamenti ispirati da quei desideri”, dicevano Bauman e Lyon in “Sesto potere”. Patriarchi temuti e invidiati, non più tanto imbonitori da tele-vendite quanto caporali fustigatori che profferiscono incessantemente dai format più seguiti del piccolo schermo, commissari del consenso con la giubba tirata a lucido dei gladiatori che si battono “finanche” per la crescita socio-occupazionale del popolo. Ricordate il Trump de noantri Flavio Briatore in The Apprentice? Lui era l’Imprenditore con la I maiuscola, dispensatore di suggerimenti pratici e della carta d’imbarco per il paradiso del successo e dell’incasso facile, ma le cui perle “montessoriane” impallidivano: “nella jungla del business c’è un solo predatore”, “chi arriva secondo è il primo dei perdenti”, e il famosissimo motto inflitto all’allievo incapace di turno: “sei fuori!”.

Stretti nel terribile mantice di una “televisione del dolore” defilippiano-dursiana che mette quotidianamente sulla tavola dei carnivori separazioni, afflizioni, tribolazioni, e di una “televisione dei forconi” che ci fa intravedere trincee cruente alla Salvini o mirabili Bastiglie dell’amore e della fantasia, saremo all’altezza di questa bellissima frase di Michelstaedter: “Le grida delle persone arrabbiate sono il cigolìo di tutte le commessure della macchina sociale che non ha trovato ancora il suo giusto punto” ? Riusciamo (o riusciremo) a coniugare questo manierismo della tenerezza  -di cui sinceramente ne abbiamo le scatole piene – con la tenacia della lotta e la voglia reale di un miglioramento generale?

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