Smontiamo le bugie / È giusto abolire le tasse universitarie?

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La proposta è stata lanciata in campagna elettorale da Leu: ma è una soluzione che gioverebbe veramente ai più deboli?

“Vogliamo abolire le tasse universitarie”. Aveva esordito così Pietro Grasso, presidente del Senato, agli albori della campagna elettorale di Liberi e Uguali, la lista di cui è leader in vista delle elezioni politiche del 4 marzo. La proposta di Leu, in brevissimo tempo, è balzata agli onori della cronaca viaggiando molto velocemente in rete e ha generato reazioni discordanti. Per un progetto politico che vuole superare a sinistra la coalizione guidata dal Pd, è una soluzione che gioverebbe veramente ai più deboli?

Che cosa significa veramente la proposta di LeU

Ma che cosa significa abolire le tasse universitarie? Semplicemente far finanziare l’istruzione universitaria alla fiscalità generale (cioè per quanto riguarda le famiglie, coloro che pagano l’Irpef). Considerato che una buona parte di coloro che pagano l’Irpef hanno un reddito basso e non ricevono servizi universitari, scegliere di far finanziare gli Atenei interamente dalla fiscalità generale si traduce in un trasferimento di circa 2,5 miliardi dai “più poveri” ai “più ricchi”.

Una proposta di sinistra?

In sintesi, quindi, la proposta lanciata da Grasso durante l’assemblea nazionale di LeU a Roma, di fatto, non fa che annullare le differenze reddituali ponendo uno studente “ricco” sullo stesso piano di uno studente “povero”, eliminando diritti e doveri di chi frequenta l’università: luogo deputato alla crescita culturale, sociale e umana. Inoltre, sulla progressività delle tasse, l’articolo 53 della Costituzione Italiana parla chiaro: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ciascuno secondo le proprie capacità, in sintesi. Avere quindi l’università gratuita in Italia, rispetto alla vicina Germania presa come esempio da Grasso, potrebbe essere addirittura considerato incostituzionale.

Come si pagano le tasse universitarie oggi

Nell’anno 2017/18 uno studente universitario su tre rientra nella no tax area, l’esonero totale dai contributi universitari previsto dalla legge di Bilancio del 2017 riconosciuto a chi ha determinati requisiti di reddito e di merito. Secondo l’Inps, infatti, fino al 21 novembre scorso, sono state presentate alle università oltre 543mila dichiarazioni Isee al di sotto dei 15mila euro.
Non solo: ci sono anche forti agevolazioni per chi ha un ISEE fino a 30 mila euro (per costoro, le tasse non possono superare il 7% della loro quota di ISEE oltre i 13 mila euro. Ad esempio, se la mia famiglia ha un ISEE di 20 mila euro, pago al massimo 490 euro di tasse all’anno).

Qualche dato per comprendere i costi

Una volta acquisito l’assunto che l’abolizione delle tasse universitarie giova a beneficio esclusivo dei ricchi, considerato che gli studenti provenienti da famiglie meno abbienti sono già esonerati dal pagamento delle tasse, cerchiamo di capire quali sono i costi di un’eventuale applicazione della proposta di Grasso. Tagliare le tasse universitarie costerebbe al Paese una spesa pari a 1,6 miliardi di euro: è questa la motivazione alla base della filosofia politica di LeU. Un dato da cui partire ma che difficilmente si può considerare rappresentativo: i dati più recenti del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca – riferiti all’anno accademico 2015/2016 – spiegano che il costo in quell’anno delle tasse universitarie per gli studenti e le loro famiglie è stato pari a 2,8 miliardi.

 

A cura della redazione di In Cammino

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