In scena gli “uomini-pupazzo” simbolo di una “mostruosa” libertà

Focus

L’albergo non chiuderà. Nonostante i segreti spettrali che le sue stanze si trascineranno come eterna eredità

C’è gravità filosofica che spiazza e una leggerezza teatrale, comica, surreale in questo progetto della Familie Floz battezzato “Hotel Paradiso”, in cartellone alla Sala Umberto fino a domani per la regia di Michael Vogel. Quattro attori in scena – i bravissimi Matteo Fantoni, Marina Rodriguez Llorente, Daniel Matheus e Fabian Baumgarten – che indossano maschere grottesche, bloccate in espressioni monocordi, di fissità caratteriale, dei topoi umani, e che
recitano la vita – meglio sarebbe dire che la “sospirano”, la “agitano” – all’interno di un albergo quattro stelle arroccato fra le  cime delle Alpi; e tutto questo senza profferire verbo, senza nemmeno il suono di mezza parola.

Si ride, ci si immerge in situazioni amorevoli e terribili, disincantate e fortemente simboliche (l’ascensorino degli antenati della casa che scendono per prendere nuove anime da portare nel tempietto dell’aldilà), basandosi solo sulla forza situazionale, sulla gestualità, la mimica, l’esplosione corporea, un silenzio carico di senso che attrae tutta l’attenzione su movimenti minimi, catarsi somatiche, occupazioni di spazi, acting out improvvisi, un’intera Storia fatta di muscoli, occhi che non si vedono, tratti, tensioni, invaginamenti e deflagrazioni.

Tutto si svolge dentro questa bella dimora con tanto di reception, tendine ricamate, porte girevoli e finanche una fonte d’acqua fresca. Ed è qui che alcune Invarianti dell’animo umano sviluppano la loro partenogenesi: la Saggezza livorosa e potente della vecchia padrona che mette tutti in riga con poche scudisciate del suo bastone nodoso carico di tempo, l’Innamoramento dopo un felice incontro a sorpresa lì davanti al bancone dove arrivano gli ospiti, la Contesa per la gestione dell’azienda, l’Astuzia della cameriera che ruba di tutto, dalle pentole all’estintore, dalle valige alle collane di perle, la Seduzione di chi vuole conquistare l’amato con ogni tentacolo possibile, la Goffaggine del poliziotto imbranato, la Super-efficienza di quello scafato, il Male assoluto dell’addetto alle carni del ristorante che a un certo punto, con scientifica ottusità ed effetti più che ilari, comincia a macellare un po’ di tutto…

E, dunque, cosa ci dicono questi uomini-pupazzo così simili a noi, o a parti rimosse o poco valorizzate delle nostre profondità antropologiche? Che il linguaggio verbalmente dispiegato, logico-razionale è solo un’acquisizione tutto sommato recente, che il vocabolario è un accessorio ben fornito e forbito, ma che il suo archetipo è altrove, in una dimensione congetturale, impropria, angosciata e allarmata, ma anche spontaneamente scintillante, in un “ante” che riguarda un “prima” che ci sormonta e ci spiazza in ogni manifestazione della nostra libertà.

Un ante che è sempre incarnato in qualcosa, in qualcuno di divenuto. Al “segno della percezione”, del resto, Lacan attribuiva il valore del significante perché è nel contatto corporeo con ciò che ci circonda che l’essere è secreto, fiotta, fiammeggia, schiuma. Mostrandosi il linguaggio, non come un “mediatore neutro”, ma un “operatore” che ritrova il
suono primigenio, la “comune lallazione” (come dice Serres) che è proprio un sillabare disarticolato ma tenace, tipico dei bambini che vanno-verso le cose, le appropriano, suggellandole e sigillandole quasi con un ritorno di note che diventano ricordo, e poi circuito, e poi senso e logos.

Un assoluto che è il pre-ontologico, il “mostruoso” della coscienza sartriana (e delle facce sgraziate di gomma che celano i “veri” umani sul palcoscenico), quello che, sempre Lacan, chiamerà l’”inconscio larvale”, ovvero il dischiudersi dell’essere nella sua vastità e indeterminatezza, psicotica e creatrice al tempo stesso, l’infinita, antepredicativa ramificazione e incessante rigenerazione delle cose, dei fatti, degli insiemi.

La “larva” perché, con questo rimando biologico, viene richiamata tutta un’area semantica che porta al sogno, al fantasma, all’ombra, alla forma adulta in potenza, alla maschera, appunto: figurazioni di un non-ancora e di un forse-mai che inchiodano l’apparire alla sua natura inumana, opaca, irriducibile, inoggettivabile.

Mostruoso del resto deriva da “mostrare”, o meglio, da “mostrarsi”, dallo spalancarsi dell’inaudito, dallo specificarsi dell’indefinito, dallo spavento dell’incondizionato, e le maschere in scena questo dicono: conati d’essere, magma primordiale che si fa forma, brodo emozionale che cerca un contenitore, ma che è pronto a tradire se stesso, a superare i suoi confini, a riproporsi sotto altra veste, a debordare, con la gioia dell’equivoco e del rovesciamento di fronte che rende commedia ciò che è tragico e fa sorridere ciò che dovrebbe far disperare.

Un mutismo che non è un autismo, ma anzi il corpo a corpo tutto fenomenologico con le cose dintorno e le tracce di sé seminate qua e là, per tentare una cronologia degli eventi che sfugge sempre, fra cani che abbaiano e coltelli insanguinati, rapinatori inseguiti e cuori che volano via, memorie collettive di fronte ai totem di famiglia e automatismi sragionati che rendono ognuno diverso dall’altro.

Tutto al di qua di ogni ratio, di ogni Legge, di ogni diritto, di ogni metrica, ma con la Vita che si vuole gettare avanti e che rinuncia alla tetraggine dei defunti che ti vengono a prendere. Scende l’ascensorino per l’ultima volta, ma stavolta risale senza passeggeri perché gli risponde un pugno di coriandoli lanciato in aria, come inno e come monito al futuro. L’albergo non chiuderà. Nonostante i segreti spettrali che le sue stanze si trascineranno come eterna
eredità.

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