Tecnologie per la disabilità e la fragilità

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Un convegno all’Istituto superiore di sanità per formare una rete nazionale tra i soggetti coinvolti. A colloquio con Mauro Grigioni, uno degli organizzatori

Da quando l’innovazione delle tecnologie si è diffusa, si è spostata significativamente in avanti la soglia d’età in cui si concentra la maggior probabilità di manifestare patologie tipiche dell’anziano. Come dire che l’ingresso nell’età anziana si è spostato da 65 a 75 anni. Nuovi farmaci, mezzi diagnostici, dispositivi medici e tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno contribuito a un guadagno netto di vari anni nella qualità della vita in una popolazione che invecchia sempre di più.

Per questo appare quanto mai centrato il convegno Tecnologie per la fragilità e la disabilità, che si è aperto ieri a Roma, presso la sede dell’Istituto superiore di sanità (Iss), organizzato dal Centro nazionale tecnologie innovative per la sanità pubblica (TISP) dell’Iss. L’obiettivo della due giorni è studiare come l’innovazione tecnologica possa sostenere le persone disabili e fragili. Una popolazione consistente, se si considera che la Fondazione Serono, su dati dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, conta circa 4,4 milioni di disabili, la maggior parte dei quali di età superiore ai 65 anni, con 2,5 milioni in condizioni di particolare gravità.

Più sfuggente, invece, è la statistica riguardante le persone fragili. Non c’è accordo pieno neanche sulla definizione di fragilità, che si può provare a intendere come uno stato biologico legato all’età e che si manifesta in una riduzione della capacità di resistenza agli stress conseguente al declino dei sistemi fisiologici; stress che espongono ad altre malattie, disabilità, hanno conseguenze psicologiche e limitano la vita sociale.

Come ricorda il presidente dell’Iss, Walter Ricciardi, nel suo indirizzo di saluto al convegno, “è importante non dimenticare che queste tecnologie devono sempre essere al servizio delle persone” e che per questo “l’Istituto si è fatto parte attiva per creare una rete in collaborazione con il Ministero della Salute, l’Inail, la Regione Lazio, il Comune di Roma e i Centri di ricerca più attivi nelle tecnologie avanzate”.

La necessità di una rete tra tutti gli attori coinvolti a diverso titolo è sottolineata anche da Mauro Grigioni, direttore del Centro TISP e organizzatore del convegno insieme a Paola Meli. “E’ necessario che l’Istituto faccia da ponte tra la ricerca e la sua applicazione nella società, perciò va creato un network tra le associazioni, che rappresentano i bisogni della popolazione, la ricerca scientifica, che può trovare soluzioni a quei bisogni, e le istituzioni , che possono garantire la trasferibilità delle soluzioni tecnologiche. Insomma bisogna mettere a sistema tante esperienze fin qui realizzate”.

E gli esempi di queste tecnologie non mancano e saranno testimoniati nel corso del convegno. “Non si tratta solo di tecnologie mediche, ma anche di quelle che favoriscono l’inclusione sociale – spiega Grigioni. Insieme al Comune di Roma stiamo studiando come ridurre i problemi di mobilità, attrezzando i semafori con un comando che allunghi i tempi di attraversamento pedonale per i disabili o gli anziani fragili. Oppure stiamo lavorando sull’utilizzo della realtà aumentata per varie disabilità, per esempio per l’Alzheimer. In casa un malato potrebbe muoversi più agevolmente indossando occhiali per la realtà aumentata. Basta che gli arredi siano dotati di un codice QR e nel momento in cui vengono osservati, la persona può essere aiutata a riconoscerli, o può essere informata di cosa ci sia all’interno di un armadio o di un frigo. All’esterno, invece, può essere guidata per recarsi in un luogo, orientarsi in un ufficio o tornare a casa, come se avesse un navigatore”.

Nell’ambito della disabilità una situazione ancora più delicata la vive chi è da solo. Secondo i dati più recenti dell’Istat, sintetizzati dalla Fondazione Serono nel 2017, tra le 52mila persone con meno di 65 anni che vivono sole, il 23% usufruisce dell’assistenza pubblica, il 15,5% di assistenza domiciliare a pagamento, il 54% dell’aiuto di familiari non conviventi. C’è però una percentuale consistente, il 19% (circa diecimila persone) che non hanno alcun aiuto. Per loro la tecnologia può fare la differenza.

“Per queste persone bisogna superare i problemi di comunicazione e monitoraggio. La telemedicina è fondamentale a questi scopi, non solo aiuta la cura a domicilio, ma permette maggiore inclusione sociale assicurando la comunicazione. Perciò abbiamo dedicato la sessione pomeridiana del 22 maggio a questo tema”.

Il presidente Ricciardi ha rilevato che i concetti chiave del convegno sono l’accessibilità alle soluzioni tecnologiche e la loro fruibilità. Uno dei problemi da affrontare, infatti, è quello di insegnare ai disabili o agli anziani fragili l’uso delle tecnologie innovative. “La formazione dei mediatori è fondamentale – sottolinea Grigioni. Vanno formati tutti coloro che sono addetti alle cosiddette cure informali, cioè badanti, familiari, amici, vicini di casa, così come un aiuto fondamentale può venire dai medici di medicina generale. Però non va escluso il ricorso a soluzioni più tradizionali, come televisione e telefonia fissa, per i pazienti più anziani non ancora alfabetizzati nelle tecnologie digitali”.

Introdurre nuove tecnologie in maniera diffusa, formare gli utilizzatori. E’ evidente che ci sia un problema di costi.  Come rendere il sistema sostenibile? “Prima di tutto lo spostamento in avanti di vari anni della concentrazione di patologie dell’invecchiamento grazie all’uso di tecnologie innovative dimostra che si tratta di un investimento e non di un costo: il ritorno è in termini di capacità di prevenzione e qualità della vita. Poi la sostenibilità si raggiunge con soluzioni sempre più fruibili e di largo consumo, in modo che siano più semplici ed economiche”.

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