Piccolo tele-immaginario di libertà che cresce. Ma anche no

Focus

Finalmente c’è un risveglio, un sommovimento delle coscienze, c’è di che ben sperare? E invece no. Capisci che è tutto un Grande Sonno

“Allucinante”. Se lo è fatto sfuggire lo stesso Mahmood quando ha appreso sul palco del teatro Ariston di Sanremo che aveva vinto la 69° edizione del Festival della canzone italiana. Con un brano molto ritmato, quasi ossessivo, che ci fa battere a tempo le mani sulla parola più lapidaria e aforistica della postmodernità: soldi.

E una forma di debordiana allucinazione, in effetti, c’è stata. Tutti a dire, e non senza un margine di ragione per carità, che finalmente spruzzava un getto non di cloridrico e becero salvinismo, ma di multiculturalismo dispiegato, di elogio delle differenze, una timida ma limpida fontanella di sentimento tragico condiviso rispetto a chi abbandona la sua terra e sfida mari e intolleranza, oblio delle abitudini e rischio dell’inclusione fra gli “stranieri” ospitanti. Tutti a predicare la bellezza di uno spartito musicale in nome di una pax sociale ritrovata.

E ti vedi anche il primo nuovo episodio di “Montalbano”: ascolti da capogiro, da finale dei Campionati del mondo di calcio, più di 10 milioni di spettatori. Bellissimo, come sempre, il giallo siculo alla Camilleri, mentre Adrian e Dottoressa Giò ancora non li hanno trovati i cani della Tele-Protezione Civile sotto le macerie della loro accartocciata supponenza pseudoartistica. Anche al fittizio commissariato di Vigata si parla di una nave che attracca piena di disperati, di medici e poliziotti che salgono commossi sul suo ponte per capire l’entità di un dramma infinito che accomuna poveracci ed ex artisti, scafisti violentatori e fantasmi di terroristi che in tanta disumana soggezione manco si intravedono.

E insomma, allora ti chiedi: finalmente c’è un risveglio, un sommovimento delle coscienze, c’è di che ben sperare? E invece no. E capisci che è tutto un Grande Sonno o una Gran Carrozzone, agitato e livoroso, che è lo stesso, che non porta mai a nulla, solo al rimescolìo sgradevole di cifre e di fazioni, di urla di gente ignorante e di pronti ammortizzatori dell’ignoranza tele-gestita.

Perché ti rendi conto che il cosiddetto “popolo” non ha votato un bel nulla. Mahmood non avrebbe vinto se non ci fosse stato il correttivo cospicuo di commissioni vip e stampa che hanno curvato le percentuali di consenso “dal basso” – una sorta di fortilizio ideale composto dai vari Ozpetek, Bastianich, Dandini, Pandolfi e altri che subito la Trimurti neofascista Libero/La Verità/Il Giornale ha battezzato come i radical chic d’occasione, i reflui della sinistra, i salvatori del solidarismo de noantri che suonano la grancassa della “solita menata global”, per dirla alla Marcello Veneziani.

Scopri che, tra l’altro, questi stessi omaggiatori-amplificatori del consenso pro-Mahmood forse non l’hanno manco letto bene il testo del cantante italo-egiziano che, sin dai primi righi, mostra tutto il suo dolore verso l’avidità del
padre, ma anche la nostalgia verso tradizioni tipicamente arabe, e obiettivamente conservatrici, che il genitore avrebbe travisato e sporcato – bere lo champagne durante il Ramadan, Jackie Chan in tv, fumare in continuazione, come indici di mollezza e abiura della fede.

E dunque? Nel caos tutto sprofonda, si inabissa, chiacchiericcio e ammutinamento dell’intero sistema, equazione
perenne, omeostasi, tecno-habitat dove le “idee” non durano lo spazio di un mattino. Se pure riusciamo a capirle bene, impregnati del nostro analfabetismo da social e da frastuono mediatico come siamo.

Suonano sinistre e attualissime, allora, le riflessioni del grande Jean Baudrillard di cui torna in libreria a 40 anni dalla sua prima pubblicazione All’ombra delle maggioranze silenziose ovvero la fine del sociale (Mimesis, pagg. 107, euro 10) quando dice che “il vuoto sociale è attraversato da oggetti interstiziali e ammassi cristallini che vorticano e si aggregano in un chiaroscuro cerebrale. Questa è la massa, assemblaggio sottovuoto di particelle individuali, di rifiuti del sociale e d’impulsi mediatici”.

Questo, dunque, è il sociale, un tempo cinghia e cuscino fra l’individuale e l’istituzionale: una stella nana, la potenza del Neutro, un buco nero, una “emulsione controllata” dove il cervello e le sensazioni della gente vengono sottoposte a continua interpellanza e sollecitudine per scongiurarne l’anemia mortale, la sparizione definitiva e in-utile, con “reazioni a catena controllate”, una “riserva fredda”, un “deposito opaco, cieco”, un riassorbimento totale delle sue storiche energie di senso, riscatto, comprensione e rivoluzione, dentro una placenta visiva, virtuale, desimbolizzata dove si cerca solo il massimo di ebbrezza, il massimo di dimenticanza, il massimo di efficientismo senza domani, la “gestione pura e semplice” dell’economia politica sul Tutto.

Del resto, circa 3 milioni di persone – un terzo di Montalbano – hanno guardato un altro dei laboratori più orridi di messinscene diseducative e volgari che la tv possa offrire nei suoi palinsesti: L’Isola dei famosi. Veri naufraghi che vengono dall’Africa, da un lato, e naufraghi in posa a chiappe di fuori che fingono di vivere di cocchi e febbre da jungla, dall’altro.

Tutto si pareggia nelle caverne fosche della fiction regolatrice di affetti e choc. Tutto è un C-Lock: quadrante di un tempo finto e chiavistello che ci tiene rinserrati, imbecilli e paganti. Non risponde a questo L’Isola dei famosi? Ricreare dalle ceneri di quello vero uno spazio-tempo surreale (e pacchiano) dove c’è la partenza, il viaggio, il non-ritorno, la rinuncia, le beghe all’interno della comitiva, il ricongiungimento momentaneo con i parenti, il compatimento di chi commenta dall’Italia con i lucciconi agli occhi, il reimpatrio, come se ci fosse stata una vera guerra, come se ci fosse stato un destino rio da affrontare, come se qualche forza innominabile si fosse interposta per spaccare famiglie, amicizie e connazionalità, come se ci fosse davvero una posta in gioco?

E allora, dove non arrivano le dinasty mummificate degli Al Bano-e-Romina nelle due serate su Canale 5, i Toto Cutugno, le Rettore, le Marcella, le Vanoni dormienti nella Spoon River della Rai, o le stucchevoli oleografie un tanto al chilo del serale di Uomini e Donne della De Filippi dove si abituano le giovani generazioni a fare di ambiguità, disintimità, inganni, doppie vite ed esibizionismo cronico il più bel capitale umano del terzo millennio, arriva il That’s Life di Riccardo Rossi (alla Sala Umberto di Roma fino a domani): cinismo sobrio e incantevole che ci fa
ripercorrere le stagioni più delicate e cruciali della nostra vita, dalla spensieratezza dei 18 anni, ai guai matrimoniali dei 40, alle visite mediche dei 50, al rimbambimento acustico e affettivo dei 70.

Come a dire, fra aneddoti, diapositive, oggetti vintage e ricordi quasi strazianti che appartengono alla memoria degli
adulti di oggi: da qui dobbiamo ripartire, dalla nostra carne che palpita, si crepa, si abbatte e svanisce, troppo spesso nella solitudine e senza lasciare tracce sul suolo di una collettività sordomuta.

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