L’unica autonomia possibile è quella che migliora la vita dei cittadini

Focus

Un documento presentato il 5 febbraio ribadisce che l’unica autonomia possibile rimane nel perimetro della Costituzione, proprio come quella pensata dal centrosinistra nel 2001

L’unica autonomia possibile è quella pensata dal centrosinistra con la riforma del 2001. Ormai è chiaro a tutti, da nord a sud che non c’è alternativa a quello schema, per lo meno, non c’è a Costituzione vigente. Vengono meno, di conseguenza, i fantocci del residuo fiscale e della possibilità di mantenere sul territorio gli x decimi del gettito fiscale, comunque lo si calcoli, il 2, il 5 o il 9. Zero di tutto questo. Lo ha spiegato bene il ministro Stefani negli incontri della commissione parlamentare competente. L’unica norma certa dell’intesa sarà l’ultimo articolo che reciterà una formula standard del tipo: “… a saldi invariati per il bilancio dello Stato”. Su questo sono pronto a scommetterci.

Da pochi giorni è disponibile inoltre il documento elaborato da Confindustria Napoli e dall’Università Federico II, sempre di Napoli su “L’autonomia possibile”, e condiviso di fatto da Luca Zaia. Già la scelta del titolo è un indizio accurato. Il presidente veneto si è affrettato a dare risposte rassicuranti, consapevole che se le regioni del sud non saltano a bordo del carro autonomista, lui potrà fare i capricci quanto gli pare, ma non otterrà neppure quanto previsto dalla Costituzione. Dopo che la pre-intesa fu siglata dal Veneto con il governo del Partito democratico, sarebbe un fallimento clamoroso e beffardo rimanere con un pugno di mosche in mano ora, con il governo a trazione leghista e un ministro degli Affari regionali non solo leghista, ma pure veneto.

A oltre 800 chilometri di distanza da Veneto e Lombardia si comincia finalmente a discutere di come arrivare a forme di autonomia che tengano insieme le esigenze di maggiore efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione e allo stesso tempo garantire che tutti i cittadini siano uguali non solo di fronte alla legge e, soprattutto al fisco, ma anche dal lato dei diritti.

Il documento presentato il 5 febbraio ribadisce che l’unica autonomia possibile rimane nel perimetro della Costituzione, nello specifico dell’articolo 116. Sposta tuttavia il cuore della questione sui livelli essenziali dei servizi e sui cosiddetti costi standard sottolineando che la legge, ormai decennale di attuazione – la 42 del 2009 – è rimasta di fatto lettera morta. Senza la definizione dei parametri standard per i servizi e relativi costi, il rischio di cristallizzare le attuali sperequazioni è altissimo, con conseguenze sociali e politiche non di poco conto. C’è la possibilità concreta che i territori più deboli siano ulteriormente indeboliti e non sto parlando solo del sud. Anche in Veneto, in Lombardia e in Emilia Romagna le aree con minore densità demografica soffrono oggettivi svantaggi rispetto alle zone metropolitane di pianura. Però i cittadini di Belluno o di Sondrio, assolvono i propri doveri fiscali come tutti gli altri e hanno diritto ad accedere ai medesimi servizi di chi vive a Padova o a Milano.

La cosa più interessante è che non si tratta di un documento difensivo o contro l’autonomia di questa o quella regione. Imprenditori e accademici di Napoli individuano un percorso in sette punti per arrivare all’obiettivo. Ed è significativo che molti di quei punti coincidano o si avvicinino alle posizioni ragionevoli che sosteniamo da anni: riconoscimento delle competenze richieste dalle regioni, definizione per ciascuna competenza dei livelli essenziali delle prestazioni, monitoraggio pubblico, ruolo centrale del parlamento per il controllo ed eventuali correzioni che si rendessero necessarie, pieno finanziamento agli enti locali delle funzioni pubbliche assegnate, collegamento dell’erogazione delle risorse alla verifica dell’efficienza della spesa, recupero della potestà statale su materie nevralgiche per lo sviluppo nazionale come energia e ambiente.

È un percorso ragionevole e ragionato che, finalmente, ci consente di abbandonare i toni da tifosi e di vestire quelli di una classe dirigente che guarda ad affrontare e possibilmente risolvere i problemi e non si limita a imbonire il popolo per obiettivi di breve periodo. Rispetto al ruolo del Parlamento nell’approvazione degli accordi tra Stato e regioni, ribadisco che è interesse di tutti e in particolare del governo che ci sia una ampia discussione parlamentare. Solo con il coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini eviteremo spaccature che porterebbero alla inevitabile bocciatura dell’intesa.

Quando c’è stato da affrontare seriamente il tema dell’autonomia ci siamo sempre stati. Siamo convinti che l’autonomia di regioni ed enti locali sia uno strumento per migliorare la qualità della vita dei cittadini e non può essere utilizzata per fomentare egoismi e divisioni al solo scopo di racimolare consensi elettorali.

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