Terrorismo e capitalismo: l’alternativa di Badiou

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L’origine del terrorismo jihadista spiegata dal filosofo francese nel suo libro “Il nostro male viene da più lontano”

Il ventre marcio dell’ennesima stagione di Terrore Globale si squarciò fra la mattina del 7 e quella del 9 gennaio 2015 a Parigi quando una pattuglia di killer jihadisti, in ordine sparso, massacrò prima la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, poi un agente musulmano, un’altra poliziotta e, infine, quattro innocenti avventori di un supermarket kasher alla Porta de Vincennes. E trovò il suo lavacro più cruento e feroce nel novembre dello stesso anno, sempre a Parigi, nella notte del 13 novembre, fra bistrot, ristoranti e music-hall come il famigerato Bataclan dove si sparò su decine di persone inermi, profanando luoghi di incontro, serenità urbana, convivialità civile.

In occasione di quegli eventi luttuosi, infiniti cortei nella capitale francese e in tante altre città immediatamente affratellate a quel dolore, sancirono una sorta di polarizzazione ideologica. Da un lato, l’Europa dei diritti e delle libertà; di stampa, di pensiero, di movimento, di dissacrazione umoristica, una sorta di neoliberismo dei cuori e della tecnica, sempre al di sopra di ogni sospetto e naturalizzato come la nostra seconda inattaccabile pelle. Dall’altro, il fondamentalismo dei fanatici, la disumanità dei tagliagole, l’Estraneo che preme ai nostri confini, che attenta a un patrimonio di eguaglianza e benessere considerato il non plus ultra della Storia, quella con la maiuscola.

Da questo manicheismo semplicista e superegoico che divise e ancora divide il Bene dal Male, il Progresso dall’Abominio, i Lumi dalle Tenebre, parte Alain Badiou in questo suo seminario tenuto proprio il 23 novembre 2015 al teatro comunale di Aubervilliers, e diventato oggi un testo tagliente, con le cui teorie dobbiamo fare i conti: Il nostro male viene da più lontano (Einaudi, pagg. 68, euro 12). Il rafforzamento delle pulsioni identitarie; la stretta di sorveglianza e limitazione dei diritti che lo Stato esegue non appena scopre di non saper gestire – e curare – una cancrena sociale interna, recuperando con delle “pose” la sua ferita rappresentatività simbolica; e il rischio di innescare una spirale di vendetta, un “soggetto oscuro”, che ci fa diventare simmetrici agli assassini che intendiamo perseguire, sono proprio i lati di un perverso triangolo dalle cui scorciatoie autoassolutorie e revansciste dobbiamo rifuggire, se non vogliamo cedere al ricatto di una risposta meramente emotiva e di facile abbrivio politico all’assalto delle milizie del Daesh che usano la morte come redenzione.

Ma non basta. Il punto è che tutto questo teatro di violenza e distruzione che, attraverso attentati ormai quasi giornalieri, sembra aver eroso le certezze della nostra stabilità sociale, si inseriscono, per Badiou, in un grembo ancora più distorto e auspicabilmente al tramonto, che è il capitalismo mondiale, la sua vacuità etica, la alienazione gigantesca a cui ha costretto masse di uomini ed intere etnie, la sua “oligarchia” cui fa da specchio una insensata e cronica disuguaglianza. Il crollo delle vecchie narrazioni accorpanti ed emancipanti – il comunismo in testa a tutte – e dello Stato-Nazione, avrebbe aperto, dice l’insigne filosofo francese, ad una fase di “zonizzazione” e a un “gangsterismo politico di tipo fascista”, cioè a una nuova geopolitica sgangherata, scucita e corrotta dentro la quale bande mafiose, multinazionali, tentacoli di mercato, stati-canaglia, gruppi criminali e cani sciolti si contenderebbero solo finanze e scampoli di vita sociale e lavorativa.

Il Capitale è dunque la grande cornice dentro la quale si parla di prosperità, dignità ed equità, ma solo sulla carta, poiché soprattutto i popoli mediorientali e africani sarebbero stati solo vittime di deportazioni e illusioni, sfruttamento e propagande, in un contesto che nega il futuro a tanta gente, “fondato su un inganno, su un deprecabile imbroglio”. Un nuovo imperialismo che afferma la sua “unicità” quasi invalicabile, sicuramente il suo essere “senza misura”, catechizza Badiou.

Il “desiderio di Occidente” frustrato, allora – che è poi la semplice voglia di essere al mondo in una dimensione comune e non speculatrice e accaparratrice – avrebbe portato alla fascistizzazione di una rabbiosa rivolta contro i templi dell’opulenza occidentale, trovando, per di più, nelle micce islamiste un tremendo acceleratore per sfogare in maniera stragista l’emarginazione che soprattutto i musulmani sentirebbero sulla loro pelle, stretti fra bisogni e ferite, periferizzazione delle loro esistenze e multiculturalismo ipocrita, possibilità economiche che non hanno e l’irresponsabilità di chi giudica inclusivo solo il consumo e lo schiavismo occupazionale.

L’alternativa? Uscire dalla logica espansionista e concentrazionaria del Capitale, rinnegare le governance menzognere, riprendere i fili storici dell’odio per arrivare ad analisi pertinenti, ma soprattutto ascoltare la diversità di chi è “altro” da noi: “non può nascere nessun pensiero nuovo in politica se non nelle alleanze inattese, nelle alleanze improbabili. Negli incontri egualitari”.

Un messaggio fondativo forte, quest’ultimo, che viene confermato anche dalla docente di Ermeneutica Rossella Fabbrichesi in un saggio bellissimo, prezioso e raffinato, Cosa si fa quando si fa filosofia? (Raffaello Cortina, pagg. 107, euro 15), dove, sull’onda di Socrate, Nietzsche, Foucault, si ricorda che la vera filosoficità è nell’agire la verità, nel libero confronto della parresia, non nelle stereotipie carcerarie delle credenze dominanti, nel non frequentare in maniera torpida e sottomessa il senso comune che ci viene sgocciolato dal Potere, nel non cedere ad astratte forme accumulative del sapere, ma nell’abbandonarsi a un “pragmatismo bio-poietico” che smembra l’esistente per sperimentarlo, biforcarlo, riscriverlo, riattivarlo, per creare condizioni più potenti e condivise di abitabilità del mondo e significatività dei nostri atti vitali. Una nuova “atletica dello sguardo”, quella stessa che diede fermezza al Socrate che ingoia il veleno, e che spinge quantomeno gli incatenati della caverna di Platone a volgersi alle loro spalle per accogliere colui che torna dopo aver visto cosa c’è “fuori”.

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