L’ultimo caffè con Massimo

Focus

Terrorismo, guerre, torture, persecuzioni, negazione dei più elementari diritti umani. La nostra testimonianza mira a contrastare ogni forma di violenza

Un caffè caldo, un ultimo saluto, Massimo con due pesanti borse piene di libri scompare dietro la porta dell’ascensore. È l’ultima immagine che mi resta di Lui. Non lo vedrò mai più.

Sceso in strada, a pochi passi da casa, un commando delle Nuove Brigate Rosse gli sparò addosso cinque colpi di pistola. Le tre ferite alle braccia ci fanno intuire un disperato, istintivo tentativo di proteggersi, gli ultimi due colpi gli devastarono il cuore. Io ero in casa serena, ignara della tragedia avvenuta. Fui avvertita circa un’ora dopo quando tre uomini della Digos si presentarono alla mia porta.

Appartengo ad una generazione che ha conosciuto il terrorismo. Nel periodo tra gli anni settanta e ottanta pressoché ogni giorno arrivava un bollettino di morti e feriti. Ma, a undici anni dall’ultimo omicidio che aveva colpito il prof. Ruffilli, ci illudevamo che quella piaga appartenesse al passato. E soprattutto non avrei mai immaginato che un evento simile potesse riguardare la mia famiglia. Mi domandavo chi e perché avesse colpito con tanta violenza un uomo mite e indifeso.

Ho potuto guardare in faccia gli assassini qualche anno dopo, durante il processo, e la sensazione che ho provato, nel constatare l’irragionevolezza delle loro argomentazioni, era che non fossero all’altezza del male che avevano procurato. Nel vederli dietro le sbarre, chiusi nelle gabbie come animali, pensai che avevano devastato la mia famiglia, ma anche le loro stesse vite.

Il brigatista che aveva sparato a mio marito morì nello scontro a fuoco con la polizia ferroviaria sul treno Roma Arezzo. Non un parente o un amico ad assistere alla sua sepoltura, solo la presenza compassionevole di un Frate. Purtroppo in quello scontro sul treno perse la vita anche un agente della polizia ferroviaria: Emanuele Petri. E ancora… un’altra morte, una brigatista si suicidò in carcere mentre altri stanno ancora scontando l’ergastolo. (Dei brigatisti non voglio ricordare i nomi). Tanta violenza, tanto dolore frutto di una irragionevole esaltazione ideologica.

Avevo conosciuto Massimo appena diciottenne con un libro di storia sotto il braccio. Poi tutta la vita insieme. Era stato il compagno della mia vita, il padre di mia figlia. Per la mia formazione e la mia storia ho percepito dal primo momento che insieme al lutto ricadeva su di me la responsabilità di contrastare il terrorismo e ogni forma di violenza. Nella mia esperienza parlamentare sono fra quelli che hanno lavorato perché fosse istituito il giorno della memoria per le vittime del terrorismo.

L’essere qui oggi a ricordare insieme a voi Massimo D’Antona fa parte di questo impegno. Massimo D’Antona era un professore di Diritto del Lavoro, stimato e apprezzato nel suo ambiente. I suoi scritti sulle dinamiche del lavoro, sul diritto sindacale e sulla Pubblica Amministrazione rappresentano tuttora un lascito importante.

Massimo aveva una particolare attenzione ai mutamenti del suo tempo. L’integrazione europea e la crisi dello Stato nazione, la globalizzazione e le sue ricadute sul mondo del lavoro. Era convinto che non si potesse fermare il cambiamento ma che bisognasse governarlo. Che fosse necessaria una coraggiosa innovazione e modernizzazione del Paese mantenendo solidarietà fra
le generazioni e coesione sociale. Le norme costituzionali rappresentavano per lui una guida sicura. Da queste convinzioni partiva il suo impegno per la riforma di una Pubblica Amministrazione efficiente al servizio del Paese e dei cittadini; da qui il suo impegno per la difesa della dignità del lavoro e dei lavoratori, per una società più equa capace di offrire prospettive alle giovani generazioni.

Spero, nel breve tempo che ci è concesso, di aver acceso un raggio di luce sul pensiero e sulla personalità di Massimo D’Antona, su quali fossero i principi e i valori che guidavano il suo impegno di studioso e la sua azione riformatrice. Spero di aver fatto comprendere quale bene prezioso è stato sottratto a chi lo ha amato e all’intera collettività.

Ogni giorno la cronaca contemporanea è piena di effimero, di immagini e suoni che mettono enfasi solo sul presente, e ci invitano a consumarlo in fretta. Sembra vogliano distrarre le nostre coscienze e renderci ciechi e indifferenti, ignorare che a un passo da casa ci sono ancora vittime innocenti. Terrorismo, guerre, torture, persecuzioni, negazione dei più elementari diritti umani. La nostra testimonianza mira a contrastare ogni forma di violenza, ogni manifestazione di odio, di intolleranza e di razzismo. Con il nostro impegno, teso al mantenimento della memoria, noi cerchiamo di assolvere questo compito, civile e morale.

Questo è il significato del nostro essere qui oggi a ricordare le vittime del terrorismo.

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