Le semplificazioni usate per descrivere i terroristi

Focus

Conviene il modello amico-nemico. Convengono le metafore ferine da libro della jungla

Secondo un trito cerimoniale che i media officiano ad ogni attentato terroristico attribuito all’ISIS, ci troviamo di fronte ai più classici dei “folli”. Quanto basta per tacitare le nostre ansie securitarie archiviando il caso con etichette psico-giudiziarie che stanno tornando prepotentemente di moda e che hanno fatto orrore a quanti per anni, per esempio, si sono battuti per la chiusura dei manicomi, l’accoglienza dell’infelicità umana, la non stigmatizzazione delle differenze. E invece, a giudicare dai soliti frusti racconti giornalistici appiccicosi di perbenismo e semplicismo, si torna a parlare di “bestie”, “disturbati”, “iene”, “spostati”, di gente con “problemi psicologici”, di “lupi solitari”, di “baby-kamikaze”, di chi “sembrava normale”.

E’ quello che lo psicanalista junghiano Luigi Zoja chiama “animalizzazione dell’avversario” in un serrato dialogo sui temi del fondamentalismo e della globalizzazione con Omar Bellicini dal titolo Nella mente di un terrorista (Einaudi, pag. 93, euro 12). Approccio da “paranoia avanzata” che la dice lunga su quell’ombra che proiettiamo sul diverso quando questi destabilizza il nostro etnocentrismo e ci conviene sfruttarlo più come scarico di tensione, fonte di manicheismo forzato e auto-assoluzione che come cattiva coscienza dei nostri stessi assetti economico-politici e valoriali.

Conviene il modello amico-nemico. Convengono le metafore ferine da libro della jungla. Conviene rispolverare in chiave razionalistico-criminologica l’idea dell’invasore da allontanare dal consorzio umano, della personalità macchiata, lesionata, dell’incompreso in quanto incomprensibile, rotto, contagioso, del caro vecchio intramontabile Uomo Nero.

Una vaccinazione simbolica, potremmo definirla, fatta di etichettature, giudizi unilaterali, pseudo-narrazioni giornalistiche, sentimentalistiche e iterative, filiere di cause mai risalite nell’analisi di grossi problemi nazionali e internazionali. Zoja mette finalmente sul banco degli imputati i media mainstream come perno (e colonna infame) di un sentire tipicamente occidentale, “mostro che si autoalimenta”, fatto di messaggi ipersemplificati, di polarizzazioni facili, di paure e curiosità con cui giornali e
televisioni colludono per pomparle a dismisura con le loro modalità evitanti.

La comunicazione di massa “populista per natura, dovendosi rivolgere a un pubblico il più vasto possibile per questioni di sopravvivenza economica, non incoraggia l’assunzione di responsabilità. Anzi, spinge a cercare i colpevoli dei crimini e delle brutture all’esterno, essendo più facile da accettare. Nella storia i mezzi di informazione hanno funzionato spesso come gigantesco moltiplicatore dei sospetti”.

Ecco, dunque, per Zoja, l’emergere di una vera e propria “infezione psichica collettiva” che, potremmo dire, è legata a doppio filo a quella misperception de-fattualizzata e anti- genealogica frutto di un patto scellerato e silenzioso – ma non meno sentenzioso – fra una casta di mediatori della stampa che buttano nella fornace del consenso qualsiasi cosa, qualsiasi bandiera, qualsiasi Spectre, qualsiasi Estraneo cui dare la caccia, e un pubblico che legge e che vede, sempre più “utente privato” che vuole essere
blandito, accarezzato, compiaciuto, magari scioccato, ma senza autocritiche e con molta piaggeria, poiché chiede solo “un malvagio in prima pagina”.

Del resto, si chiede Zoja, un motivo ci sarà se non si parla da nessuna parte del fatto che l’ISIS in Italia non ha fatto finora una vittima mentre, secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, nel solo 2012, sarebbero morte nel nostro Paese più di 83mila
persone per la cattiva qualità dell’aria che respiriamo, dato enormemente superiore alla Germania, leader nella
produzione industriale, e alla Polonia le cui fonti energetiche sono estremamente inquinanti.

Il motivo è fare soldi con i capri espiatori, con le onde ansiogene, con gli effetti-thriller che hanno il miserabile sapore dell’imminenza e dell’impellenza, mentre così non è, ottenendo il doppio effetto di ri-gerarchizzare le priorità di cui occuparci secondo strategie che sono solo mediatiche, e di non capire colpe, evoluzioni e soluzioni di quegli spettri sociali che agitiamo con tanta facilità ma che servono solo al gemellaggio spavento&audience.

Questo “differenziale paranoico” crea uno sconcerto in vitro, mette a soqquadro la lista dei pericoli e delle effettive emergenze, e soprattutto non ci fa capire che se tanti giovani etichettati “bestie” o “foreign fighter” scelgono la via di una Redenzione costellata di accette e cartucce, o di atti suicidi e macellerie stradali, è perché, in maniera rozza e crudele, la teo-politica e la jihad sono vissute come l’unico possibile assalto a un Occidente traditore e vessatore, peggio: a una globalizzazione che ci ha abituati
solo a merci, velocità, virtualità, immagini illusorie e benessere asimmetrico, dimenticando ogni orizzonte di condivisione, sacrificio e lettura della debolezza umana.

Pseudo-comunità di individui senza futuro e isolati, coagulati solo dai linguaggi algoritmici della Rete e dalla spettacolarizzazione di ogni tragedia, vite rese insignificanti dalla brachicardia profittevole delle relazioni e da poteri fondati sull’ingiustizia mondiale, la condanna all’anonimato e all’alienazione più incivile – altro che Democrazia e Illuminismo feriti dagli attentati in Europa – non potranno, allora, che deflagrare in milioni di schizzi di sangue e nel fragore delle armi, poiché, con la stessa inaudita tecnologia usata per dividere e confondere, il sentimento di emarginazione degli oppressi non potrà che imporre la sua “disperazione aggressivo-distruttiva” – dice Zoja – glorificando la morte e consegnandosi a una Missione purificatrice senza più dialogo né rispetto. Il nostro opaco presente e, si spera, non il nostro domani.

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