The Handmaid’s Tale, nella lettura socio-politica la vera forza della serie tv

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È il contenuto ad avere centralità e ad assolvere la funzione estetica dell’opera

The Hadmaid’s Tale, la serie evento dell’anno sbarcata in Italia questa settimana, ha meritato tutti e otto gli Emmy che ha conquistato: è confezionata bene come poche altre e, a voler esser un po’ malevoli, si presta a interpretazioni anti-trumpiane che magari ne hanno agevolato la diffusione presso gli establishment culturali liberal e il cosiddetto ceto medio riflessivo.

“Il racconto dell’ancella”, il romanzo di Margaret Atwood da cui è tratta la serie, è infatti un classico della letteratura femminista: la vittoria di Trump (“grab ’em from the pussy” fu solo la più volgare fra le sue sortite maschiliste) e il conseguente entusiasmo della destra reazionaria americana sono stati un’efficace campagna di marketing, oltreché un involontario strumento di attualizzazione del romanzo (che risale al 1985).

In breve: in un futuro distopico, gli Stati Uniti, ribattezzati “Gilead”, sono in mano a un gruppo di integralisti cristiani; l’inquinamento ha reso sterile la stragrande maggioranza degli abitanti, così le poche donne fertili vengono assegnate, a “scopi riproduttivi” (ogni mese ha luogo uno stupro ritualizzato), a coppie facenti parte dell’oligarchia che controlla il Paese – le donne fertili vengono dunque schiavizzate, diventando ancelle, per l’appunto.

Alla fotografia, alle luci e a i costumi è stata dedicata una cura maniacale: viene perfino voglia di catturare alcuni frame e incorniciarli. Musiche appropriatissime nella creazione del suggestivo contrasto fra “neo-medioevo” (… Dicitura invece poco appropriata) e postmodernità. Anche la struttura narrativa lascia tutt’altro che insoddisfatti, ma non è il punto di forza della serie (o del romanzo), che si presta anzitutto – come si diceva – a una lettura socio-politica.

Certo, una serie tv – ma anche un film, un romanzo, una canzone, un dipinto ecc… L’arte in generale, inclusa la settima – la si giudica sul piano esclusivamente “estetico”: è assolutamente secondario che abbia anche una funzione pedagogica o che sia moralmente o socialmente o politicamente edificante, chiunque sia l’inquilino della Casa Bianca.

Ma si tratta di uno di quei romanzi – e cioè di una di quelle serie, visto che ne è una fedele trasposizione, quantomeno nei primi episodi – in cui è il contenuto ad avere centralità e ad assolvere la funzione estetica dell’opera. Del resto è tipico della letteratura distopica: nessuno si sognerebbe di eccepire a 1984 una “trama debole”.

Le utopie costruttiviste (e dunque anche e soprattutto il comunismo, giusto per restare a Orwell, uno degli autori a cui l’autrice si è più ispirata) sono naturaliter destinate a conculcare la libertà dei più. Lo statalismo organico, il sistema in vigore nel romanzo, fu anch’essa un’utopia – o, meglio, una “retrotopia” (Bauman) – tipica del secolo scorso: teorizzata in ambienti clerico-fascisti in opposizione tanto alla “democrazia borghese” quanto al marxismo leninista, predicava il ritorno a un medioevo idealizzato nel quale l’immobilismo sociale, cristallizzatosi nelle corporazioni, garantiva pace e ordine (nella fattispecie, gli oligarchi fanno gli oligarchi e le ancelle le ancelle, senza possibilità di emancipazione o di ascesa sociale).

L’istituzionalizzazione dell'”utero in affitto” e perfino la giustificazione “teologica” che viene fornita allo stesso mediante un passo della Genesi da quegli stessi ultraconservatori che lo consideravano un abominio, è una perfetta esemplificazione dei paradossi tipici di ogni estremismo ideologico o religioso: i dirigenti comunisti, verbalmente fedeli all’ortodossia marxista (“da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”), erano tutti o quasi assai benestanti; molti fascismi, quello italiano incluso, dichiararono guerra al capitalismo per poi agevolare il grande capitale una volta conquistato il potere.

Un altro elemento interessante è dato dalla corposa presenza di donne nemiche delle donne: il romanzo è, come si è detto, un manifesto della letteratura femminista, ma il femminismo in esso raccontato non è assolutizzato in uno scontro banalmente manicheo tra “maschi e femmine”, ma prevede – ed è un grande merito dell’autrice – la presenza di “collaborazioniste”, donne che odiano altre donne e che, oltre ad avallare gli stupri mensili, partecipandovi attivamente, strappano via il figlio alle madri biologiche poco dopo la nascita, non senza aver presenziato al parto con la grottesca messinscena di un “parto virtuale”; come se non bastasse, sono le donne – o le padrone o le “zie”, cioè le responsabili della ri-educazione delle donne fertili – a perpetrare le torture più atroci, psicologiche e soprattutto fisiche, ai danni delle ancelle.

La matrice genericamente cristiana (la confessione è imprecisata) del regime teocratico instaurato a Gilead la si deve a una convinzione dell’autrice: “Le origini profonde degli Stati Uniti – dichiarò qualche anno fa – non risiedono nelle strutture relativamente recenti della repubblica, risalenti all’Illuminismo del XVIII secolo, con i loro discorsi su uguaglianza e separazione fra Chiesa e Stato, bensì nella pesante teocrazia del New England puritano del XVII secolo, con il suo marcato pregiudizio contro le donne, che necessiterebbe soltanto dell’opportunità di un periodo di caos sociale per riaffermarsi”.

Per quanto bigottismo possa tutt’oggi esserci nella mentalità di molti americani, l’individuazione di una sorta di “puritanesimo latente” nella collettività, pronto a venir fuori dopo una fase di instabilità, sembra infondata ed eccessiva (e in quest’ottica verrebbe meno il messaggio antitrumpista della serie: il tycoon è un campione di quello stesso libertinaggio che gli elettori statunitensi – in genere attenti a che nella Casa Bianca faccia ingresso una “famiglia tradizionale” – hanno sdoganato votandolo in massa).

Ma così si giunge a un livello di speculazione che trascende la godibilità del romanzo e della serie, che semmai hanno l’esigenza di comunicare più generalmente e più direttamente che perdere la libertà è più semplice di quanto non ci si immagini, specie in seguito all’assolutizzazione di quelle emergenze – demografia, ambiente, sicurezza – in risposta alle quali se ne legittima spesso un ridimensionamento.

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