“La tirannia della valutazione”, come siamo arrivati allo smottamento antropologico

Focus

La filosofa francese Angelique Del Rey racconta come il lavoro sia diventato sempre più astratto, controllato e basato su indici quantitativi e non qualitativi

Forse gli ultimi lembi di una vera meritocrazia aderirono alla carta su cui vennero vergati i proclami costituzionali dello Stato rivoluzionario francese nel 1791, laddove si legge che “tutti i cittadini hanno accesso ai posti di lavoro e alle cariche, senza distinzione alcuna se non per talenti e virtù”, o che “è libertà di ciascuno fare il commercio o esercitare la professione, l’arte e il mestiere che ritiene”, in ossequio a quei nuovi audacissimi principi di emancipazione dalle servitù medievali e dall’ortodossia delle corporazioni perseguiti dagli eroi della Bastiglia. Che cosa sia successo dopo ce lo spiega benissimo il testo, perfetto da un punto di vista filologico e teoretico, della filosofa francese Angelique Del Rey, “La tirannia della valutazione” (elèuthera, pagg. 189, euro 15).

Succede che la rivoluzione industriale incombe, i mercati si espandono, le leggi del profitto irrorano le classi sociali del loro venefico liquido, e così il lavoro diventa sempre più astratto e controllato, secondo indici quantitativi e non qualitativi, secondo la rotta del tempo impiegato e dei giorni di presenza in fabbrica, sottoposto a un’autorità pubblica che stabilisce in una neonata “società salariale” i titoli scolastici e i requisiti che, a monte, bisogna avere per accedere a un’attività occupazionale qualsivoglia, e dunque a una retribuzione. E tutto questo fino all’apogeo, attualissimo, di una globalizzazione stringente e sovrumana, di una economia-mondo che stabilisce una furibonda competitività, il solo astro della redditività e l’annientamento dei concorrenti. A questo punto si compie il massimo abbattimento della singolarità del lavoratore, sempre più trascurato nel suo pensiero, nelle sue virtù, nelle sue esperienze, nel suo saper-fare, e sempre più compresso e braccato nei suoi skill, nelle sue condotte, nelle sue fasi cognitive, nelle sue adattabilità al sistema che da lui pretende tutto e di più, ma sempre nell’ordine di una spietata logica imprenditoriale che lo trasforma in “risorsa umana” e in dinamiche da gestire le sue relazioni industriali, forgiandolo nel suo saper-essere.

Ecco allora i ricercatori universitari in pectore valutati in nome di una bibliometria asettica (i libri scritti, gli articoli pubblicati solo su certe riviste etc.), gli studenti valutati in base a test e non capiti in altre flessioni della loro anima e origine, i quadri oppressi dalle curve statistiche e di produttività (l’epidemia dei suicidi in Francia), i servizi pubblici erosi o trinciati dalle amministrazioni perché non portano incassi e servono solo ristrette fasce della popolazione, le psicoterapie che esprimono solo un immediato ri-efficientamento chimico o auto-costrittivo, ma senza sviluppi umani e ambientali considerevoli, gli ospedali che dimettono subito per abbattere i costi o non prendono in carico alcuni malati gravi per non subire sondaggi di categoria che renderebbero asimmetrici i dati sulle loro tecniche di intervento.

La Del Rey è bravissima e inattaccabile nel dispiegare gli snodi cruciali, i dispositivi biopolitici che hanno portato a un vero e proprio smottamento antropologico: l’artefattualizzazione della vita, la de-sostanzializzazione degli individui visti solo come mobili differenze in un universo sempre più schiacciato sulla intrascendibilità degli interessi economici e del piazzamento di oggetti da vendere e sicurezze sociali da decurtare, l’ideologia post-disciplinare che non ha rinunciato a soggetti “docili e utili” – per seguire la lettera di Foucault – ma che, addirittura, mette tutto nella piena luce dello smantellamento della privacy, della spettacolarizzazione, della imputazione diretta di ciò che si fa, della codificazione e profilazione delle informazioni che circolano, quelle personali e quelle delle news che dovrebbero aiutarci a capire – e superare dialetticamente – il mondo in cui viviamo. Siamo quello che vogliamo essere, non ci sono più paesaggi mentali e collettivi, familiari e politici da indagare, tutto è riportato ad un concetto di “responsabilità personale” diventato obeso e omicida.

Lavori e guadagni se sei capace, se sai fare questo e quell’altro, se non ti consumi in vane riflessioni di trasformazione dell’esistente, ma diventi macchina acchiappa-soldi, acchiappa-share, acchiappa-consensi, se compri, se ti arrampichi, se sei in formazione permanente, e tutto questo secondo i dettami di una standardizzazione e di una normalizzazione dei comportamenti che abdica alla filosofia per cedere al ricatto di velocizzazioni acritiche e prestazionali, dove l’irripetibilità (e la bellezza) del proprio io e della propria storia viene destabilizzata, se non distrutta.

“In nome della performance – dice la Del Rey – è stata creata una misura scollegata dalla realtà, che non ‘misura’ altro se non la capacità del reale di conformarsi alla misura”. Circolo vizioso perfetto, nastro di Moebius, inizio e fine senza stadi intermedi. La profezia si avvera: “secondo l’ideologia neoliberista, spetta all’individuo, in concorrenza con gli altri, adattarsi a una società presentata come un orizzonte insuperabile”. Orizzonte di cui nemmeno si vedono linee e disegni, ma che si auto-perpetua come un numen tutto matematico e monetario cui sarà necessario far seguire di nuovo l’”universale concreto”, la territorialità dei giudizi e dei contatti, la vecchia, eppur nuovissima, luce del Comune e della partecipazione democratica, pena lo stritolamento in queste griglie costi/benefici delle nostre vite sempre più “arrotondate” economicisticamente e digitalmente come una foto creata al pc.

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