Studio e carriera politica, quel legame a cui non vogliamo rinunciare

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Titoli di studio o meno, origini umili o meno, la via mi appare una sola: tanto studio e tanta militanza

Quando i grandi partiti mandavano qualcuno in Parlamento, fosse egli operaio o ingegnere, cameriere o prete, avesse la licenza media o la laurea, c’erano regole di formazione e selezione ferree. Vero è che l’operaio poteva aspirare a diventare ministro ma non arrivava in Parlamento a digiuno. Chi faceva militanza, fin da ragazzo, o anche se si avvicinava al partito da adulto, veniva inserito in un percorso formativo e selettivo molto duro. Ci si formava sui libri e in sezione. Libri, su libri, su libri. Non ti davano la tessera se prima non mostravi di conoscere i testi ritenuti indispensabili, che non erano roba leggera. I Quaderni, Il Capitale. Marcuse, Kant, Hegel, Popper. Roba dapprima incomprensibile. E insieme a quelli leggi, mozioni, relazioni.

Non perché si volesse male al malcapitato, bensì perché, a parte l’importanza di quei testi, in genere erano quelli presenti in sezione. Era una pratica utile per abituare al linguaggio politico, al pensiero politico, all’argomentazione approfondita e anche per imparare l’italiano, a leggere molto, a comprendere testi complessi e a scrivere bene, in certi luoghi erano contadini, operai, la tv aiutava ma non bastava; la militanza era fatta di azioni pratiche ma anche di studio teorico, frequente, quotidiano, dentro le sezioni e nei ritiri. Si discuteva sui testi: sui temi giuridici, politici, amministrativi, sociali, economici e culturali. Mi ricordo che si finiva col leggere e discutere persino la Divina Commedia. Così era nel PCI; nelle sezioni si formava la prima base culturale e identitaria e poi, per chi era destinato a fare il dirigente di partito, la scuola delle Frattocchie.

Ma così era anche la Dc con le grandi scuole politiche, erano tante, a Palermo c’era quella di padre Pintacuda e della scuola gesuitica, da cui sono venuti fuori anche Sergio Mattarella o Leoluca Orlando. Non arrivavi a fare manco il consigliere sennò.

Dentro le sezioni del PCI si leggevano molti libri e si discutevano insieme i contenuti, si studiavano i discorsi dei dirigenti, dei segretari, così come gli articoli dell’Unità o di altre riviste molto difficili, che recavano firme illustri. Per chi non aveva mezzi, questa pratica diventava la base e l’esercizio per proseguire gli studi, per chi se la sentiva e aveva le qualità. Il partito investiva su di loro. Pio La Torre si laureò così. Era così anche nei grandi sindacati e nella lega delle cooperative.

Sotto casa mia, nel paesino dove ho trascorso l’infanzia, c’era la sezione del PCI. Ci passavo i pomeriggi, dentro e sull’uscio a giocare con altri bambini. A casa mia non c’erano molti libri, la piccolissima biblioteca della scuola elementare era in una stanza, dopo averli letti quasi tutti, mi rimase la sezione. Gli anziani mi dicevano ridendo “Miletta studia, che quest’anno fai l’esamino per la tessera, ti facciamo fare la deroga sull’età dal segretario nazionale” e io ci credevo e studiavo, studiavo, studiavo. Ma sta tessera non arrivava. Leggevo a voce alta anche per chi non ci vedeva da vicino. Erano gli anni dal 1973 al 1978, quando mi trasferii a Palermo. Non sempre erano belle notizie quelle che leggevo. Tre anni dopo, adolescente, presi la tessera della Fgci, nessuno mi chiese nulla in realtà e rimasi parecchio delusa.

Oggi tutto questo è scomparso, non solo tra i 5 stelle anche da noi o altrove. Forse si è creduto che bastasse la scuola, perché col tempo tutti ci siamo andati, nessuno escluso. Ma non basta. Forse si è confuso il senso dell’uguaglianza e della libertà e delle pari opportunità col fatto che tutti potessero far politica anche essendo a digiuno di pensiero politico, di cultura politica, di pratica politica. Non è così, allora la via dello studio era obbligato, e tale dovrebbe essere ancora oggi. Titoli di studio o meno, origini umili o meno, la via mi appare una sola: tanto studio e tanta militanza.

Il tesoriere dei 5 stelle, ma non solo lui, possono non avere titoli di studio, ovvio e naturale, ma spero abbiano cultura politica e pratichino studio accanto a militanza. E non è snobismo eh.

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