Il chiodo fisso di Scafarto: incastrare Tiziano Renzi. Perché?

Focus

L’affare Consip non può prescindere dall’affare Scafarto. La Procura di Roma sostiene che l’investigatore abbia violato la legge

Nessuno sa, per ora, che cosa indusse Giampaolo Scafarto a compiere un’operazione di depistaggio per incastrare Tiziano Renzi – e indirettamente il figlio Matteo. Un complotto? E ordito da chi? Oppure, come parecchi ipotizzano, un tentativo di accreditarsi come super-investigatore per puntare a un avanzamento di carriera? O l’una e l’altra cosa insieme? Certo è che l’affaire Consip risente troppo dell’affaire Scafarto, rendendo praticamente impossibile far chiarezza sul primo senza che sia stata fatta chiarezza sul secondo. E la domanda che ci ponemmo a suo tempo – in che mani siamo? – è sempre più bisognosa di una risposta.

Ormai non si sfugge a un dato di fondo: l’ex capitano del Noe (che indagava sotto la responsabilità della Procura di Napoli e segnatamente del pm Henry John Woodcock) ha consapevolmente violato la legge.

La Procura di Roma contro Scafarto

La notizia è di pochi giorni fa ma non ha ha avuto il risalto che meritava. L’ex capitano del Noe  Scafarto “voleva inchiodare Tiziano Renzi alle sue responsabilità” fino ad “arrestarlo”. Per fare questo, però, c’è stato anche un “travisamento dei fatti e violazione delle regole giuridiche di governo della prova indiziaria”. A d affermarlo è stata la Procura di Roma nell’atto di impugnazione alla decisione del Tribunale del Riesame con cui il 27 marzo scorso è stato riammesso in servizio il maggiore dei carabinieri Scafarto, coinvolto nel filone di inchiesta sulla fuga di notizie in relazione al caso Consip.

Nel provvedimento, depositato in Cassazione il 6 aprile scorso, il procuratore capo Giuseppe Pignatone e i pm titolari dell’indagine, ribadiscono sostanzialmente il loro impianto accusatorio nei confronti dell’ex Noe ribadendo le “violazioni e il travisamento dei fatti” messo in atto nel corso dell’attività di indagine per arrivare a “incastrare Tiziano Renzi”. Un obiettivo preciso, un chiodo fisso.
L’atto suona (anche) come un vero e proprio attacco al tribunale del Riesame di Roma che aveva annullato la sospensione dal servizio di un anno per l’ex capitano. Quell’ordinanza, che di fatto ha restituito gradi e divisa a Scafarto, secondo i magistrati di piazzale Clodio rappresenta una “palese violazione del diritto penale, delle regole processuali che governano la prova indiziaria, di travisamento dell’ipotesi di accuse e dei fatti posti a suo fondamento”.
Perché? Nelle motivazione del provvedimento che lo riammetteva a lavoro, era stato attribuito a Scafarto (indagato per falso, depistaggio e rivelazione del segreto d’ufficio) non condotte dolose ma solo errori. Un tesi che secondo Pignatone non sta in piedi.
“Errori”: è stata per mesi la difesa di Scafarto ad opera di Marco Travaglio, che sulla vicenda Consip ha costruito una gran parte della iniziativa politico-informativa del Fatto. L’altro giorno, in un lungo e un po’ crepuscolare articolo, Marco Lillo prevedeva – ahilui – “l’archiviazione” per Tiziano Renzi. E se lo dice lui…

Di cosa è accusato Scafarto?

La storia di Scafarto s’inserisce nel caso Consip, un’indagine complicata e ancora lontana dall’essere conclusa.

L’inchiesta era diretta dal sostituto procuratore di Napoli Henry John Woodcock che si avvaleva di due stretti collaboratori del Noe, appunto il maggiore Gianpaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa, impegnati nel cercare prove con il cosiddetto “metodo Woodcock” che prevede di allargare costantemente la rete delle indagini intercettando a strascico le telefonate di tutte le persone coinvolte. Attualmente, Woodcock è sotto procedimento disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura per i metodi utilizzati.

Scafarto viene accusato di aver travisato volontariamente alcuni elementi dell’indagine per aggravare la posizione di Tiziano e Matteo Renzi sulla quale stavano indagando. Scafarto, in particolare, avrebbe interpretato in maniera scorretta alcune frasi di un’intercettazione telefonica, in modo da mettere la famiglia Renzi in cattiva luce. Quelli del Riesame hanno considerato “errori involontari che l’esperienza giudiziaria permette di riscontrare quotidianamente nelle informative di pg” , come l’attribuzione di una frase pronunciata dall’ex parlamentare Italo Bocchino all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo proprio per incastrare il padre di Renzi. Per i magistrati romani sono state invece azioni dolose mirate a “moltiplicare gli indizi” nei confronti del papà dell’ex premier, già indagato per traffico di influenze.

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