Nuovo museo storico valdese a Torre Pellice

Focus

Il museo che viene inaugurato si trova in quella che Edmondo De Amicis definiva la “piccola Ginevra italiana”, la capitale delle Valli valdesi del Piemonte

Nei primi anni ’70 del XII secolo Valdo (Valdesio), che, come mostrano fra gli altri gli studi dello storico Grado Giovanni Merlo, ha acquisito la piena cittadinanza lionese grazie alla propria abilità negli affari, vive una profonda crisi spirituale. Si fa tradurre
diversi testi biblici in volgare romanzo e sceglie di imitare gli apostoli, spogliandosi di tutte le ricchezze e predicando la “buona novella”. Eppure scarse e frammentarie sono le notizie sul suo conto.

In ogni caso nel 1184 la decretale Ad abolendam sancisce la scomunica anche dei “lionesi”. Eredi del gruppo dei “Poveri in spirito” (i “Poveri di Lione”) che intorno a Valdo si raccoglie sono i valdesi. Molti di noi hanno trovato un cenno al riguardo sui manuali di storia, nel paragrafo dedicato ai movimenti ereticali medioevali.

Pochissimi, tuttavia, sanno cosa sia accaduto in seguito, in oltre otto secoli. Più prezioso che mai è dunque il nuovo Museo storico valdese, che si inaugura a Torre Pellice (Torino) il 31 ottobre (giornata della Riforma protestante, in ricordo dell’esposizione da parte di Martin Lutero delle “95 tesi”, nel 1517) presso l’ex Convitto valdese di via Beckwith 3, in concomitanza con l’apertura della mostra dedicata a Paolo Paschetto (1885-1963), l’artista evangelico autore dell’emblema della Repubblica italiana.

A volte i musei paiono relegare ciò che contengono in una sorta di limbo: una dimensione asettica, quasi sospesa fra la vita e la morte, con opere o testimonianze decontestualizzate, prive di radici e di futuro. Non è il nostro caso. Il museo che viene inaugurato si trova in quella che Edmondo De Amicis definiva la “piccola Ginevra italiana”, la capitale delle Valli valdesi del Piemonte. Con esso, poi, viene rivitalizzato un museo già esistente, nato nel 1889, in occasione del bicentenario del “Glorioso rimpatrio” dalla Svizzera dei valdesi esiliati dal duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Un museo, insomma, che pulsa di storia e di vita. Un museo, come sostiene Davide Rosso, direttore della “Fondazione Centro culturale valdese”, nel quale da un lato la comunità valdese rappresenta se stessa, dall’altro ciascun periodo ha uno o più studiosi a curarne i contenuti (quasi si trattasse anche di un museo “autoriale”, dunque). Un connubio formidabile fra comunità scientifica e comunità valdese.

Sei le “sezioni temporali”: Medioevo, Cinquecento (a Chanforan nel 1532 i valdesi decidono di aderire alla Riforma, in versione ginevrina), Seicento, Settecento, Ottocento (nel 1848 Carlo Alberto di Savoia concede ai valdesi e agli ebrei diritti civili e politici), Novecento (quando si ha fra l’altro il patto d’integrazione con i metodisti e la stipula dell’Intesa con lo Stato).

Una vicenda di fede e di sofferenze che, per un apparente paradosso, vede i valdesi nel contempo relegati ai margini e protagonisti di momenti decisivi della civiltà occidentale.

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