L’Odissea post-trash della D’Urso

Focus

La peggiore televisione oggi in circolazione è fatta da donne che parlano di donne che truffano, raggirano e imbrogliano altre donne

Quale può essere la ricetta perfetta del programma tv più morboso, diseducativo, galvanico e profittevole possibile? Cattura le pupille col regno dell’insulso. Fomenta i cicli di attenzione più lunghi e infondati possibile. Fai circolare come polvere in un twister gossip e commenti, suggestioni e aggiornamenti. Dai vita ai fantasmi: che facciano o meno tintinnare le loro catene di defunti-mai-defunti è una pura formalità. Cancella qualsiasi anelito di verità, in spregio a ogni attendibilità, ricerca di fonti e selezione etica dei pezzi “informativi” che vuoi diffondere.

Trasforma la notiziabilità in pura emozionabilità del pubblico. Inzàccherati senza scrupolo nella mota maleodorante del Pettegolezzo trasformato in categoria dello spirito. Evita qualsiasi traguardo che possa mettere la parola “fine” a una pletora di cialtronerie, becero opinionismo e ignoranza cosmica di tutti quelli che aprono bocca negli studi televisivi trasformati in “innocenti” condomini dove chi passa dà fiato ai polmoni. Bàrdati di moralismo e di difesa dello spettatore medio: la colpa e le vergogne sono solo degli altri, mentre il tuo format è un cofanetto di splendori caritativi e di giustizia sociale, tempestato delle pietre preziose dello sdegno verso ogni finzione e dell’ardimento del “fare inchieste”.

Alleva e pettina i millantatori: non te li inimicare mai, non cacciarli mai a calci nel sedere a chilometri dai riflettori, sono le tue galline dalle uova d’oro, proteggili e convivici con criminale complicità. In pratica, sintonizzati ogni mercoledì su Live – Non è la D’Urso. E sull’ennesimo sequel della soap-bolgia di Michelazzo, Perricciolo & soci.

Non è un caso, del resto, che l’attivista e scrittrice turca Ece Temelkuran metta proprio lo spargimento di terrore nella comunicazione e far passare la più tronfia immoralità per qualcosa di “figo” come due delle tecniche più acuminate del populismo politico e mediatico in questo suo Come sfasciare un paese in sette mosse (Bollati Boringhieri, pagg. 206, euro 18), dove parla proprio di una “strobosfera” chiassosa e nociva, di un acquitrino viscoso dove si può solo sprofondare, di una terra dei fuochi mentale e linguistica che abbassa “al livello di combattimento in gabbia, dove tutto è permesso” e dove ogni minima disomogeneità critica perde il baricentro e si spezza cadendo: “il discorso populista mediatico viene amplificato e ripetuto a un grado tale che anche i gruppi sociali che vi si oppongono iniziano a perdere il conto dei suoi crimini seriali contro la razionalità. Ed è a quel punto che, infine, ti ritrovi troppo esausto per riuscire ancora a dire: “Bè, non è andata proprio così. Lo sai, vero?””.

La D’Urso conosce benissimo questo vademecum à la Chomsky fatto di diluvio di oscenità senza argine e di rimescolii nel pentolone degli stregoni digitali, di finti reportage e di voyeurismo sfrenato e neo-barbarico all’interno dei quali la minima quantità di morigeratezza e verifica, di spirito di ricerca e di serenità di giudizio e di distacco farebbe durare questi disgustosi polpettoni ai limiti dell’illecito – come il finto matrimonio fra l’ex soubrette Pamela Prati e un signor Nessuno come Mark Caltagirone inventato a tavolino – nemmeno dodici ore, e forse nemmeno un minuto in diretta tv.

Questo detterebbe la nobile, vera arte dello scrivere e interpretare la realtà. Ma qui siamo di fronte a una odissea sporca, a un pozzo senza fondo, a un sistema-latrina che ha un unico obiettivo: quello industriale delle plusvalenze iper-remunerative che provengono da decine di sponsor nazionali che non possono che buttarsi a capofitto in un guazzabuglio di menzogne e doppie vite, audio sui social e veti incrociati, testimonianze artefatte e cascate di “esperti” che indagano sul Nulla, facce come il culo e conduttrici buoniste e telepredicatrici che si spartiscono la torta alla bisogna.

Tutti si sono abbeverati alla fonte malsana di una vamp forse terribilmente premeditata che per fare soldi si inventa nozze e adozioni con un entourage di agenti in gonnella, per scoprirsi, chi prima chi dopo, “fragili” vittime del maschio cattivo che alligna come un lupo famelico dietro gli avatar più fake. Storytelling da delitto perfetto, con quella punta di femminismo buonista che non guasta mai. Da Live si zompa, tossici e cinguettanti, a Verissimo e poi dalla Venier e poi su decine di siti, e finanche ieri dalla Sciarelli a Chi l’ha visto? dove l’ex star del Bagaglino  – udite udite – sarebbe stata scritturata, seppur gratuitamente, finanche dal Servizio Pubblico, anche se poi misteriosamente, non è più apparsa, perché essendo inserita in un contesto di vero approfondimento tematico sulle “truffe romantiche” – le donne che credono a finti profili su Facebook e simili, se ne innamorano e se ne fanno rapinare – non avrebbe potuto reggere la recita che contemporaneamente su Canale 5 veniva smascherata con grande scorno di tutto il suo parterre di manager e tacchine virtuali che da mesi sguazzano in questo cyber-letamaio.

E’ una televisione post-trash che non ci dà scampo, che non ci dà respiro, che non ha un atomo di bellezza, un elettrone, seppur impazzito, di dignità e veridicità. E che dovrebbe cominciare a stuzzicare l’estro istituzionale di parlamentari e magistrati, non solo la penna forbita di blogger e critici televisivi. La peggiore televisione oggi in circolazione è fatta da donne che parlano di donne che truffano, raggirano e imbrogliano altre donne. Un gorgo, una sozzura che ci rimarrà attaccata alle sinapsi forse per anni, come il nero-petrolio alle penne di un cormorano quando naufraga una nave-cisterna.

E così la D’Urso può anche permettersi di sentirsi tradita, defraudata del consenso (“sono incazzata”, “io rappresento milioni di telespettatori”), fingendo un’aura che nessuno realisticamente può più sfoggiare nell’era del Tele-Capitalismo; ma non dovremmo mai dimenticare che questo venefico plancton post-umano non attecchirebbe nemmeno per un nanosecondo se non ci fossero proprio “trasmissioni” come la sua che sono reti acchiappatutto, e che tutto ordiscono nei laboratori segreti delle messinscene chiamate redazioni pur di confezionare il giocattolo più rutilante, la droga più adrenalinica e fumosa per addormentare e ipnotizzare chi siede nei salotti da casa.

“Ci sono enunciati che derivano direttamente dal medium”, ammonisce Freccero dalle paginette di questo suo Fata e strega. Conversazioni su televisione e società (Edizioni Gruppo Abele, pagg, 93, euro 11) e, pur nel suo solito cerchiobottismo teorico-pratico fra lo studioso dei media e il direttore di Rai2, si scaglia contro l’attuale intrattenimento a basso costo di una televisione dove “tutti vogliono essere attori e autori”, ciascuno prostituisce origine e personalità con la visibilità e ci si inabissa in un regime dell’incontinenza iconografica e dell’ecolalia dentro il quale “dalla ricerca del bene comune siamo passati alla ricerca del consenso della maggioranza. Dal concetto di verità al concetto di unanimità”.

E allora, in un mondo-bolla real-catodico, glacializzato e catatonico nel senso, ma tachicardico e flippato sui sensi, dove anche Rai3 insegue le fattucchiere del momento per impennare lo share e pugnalare alle spalle il suo uditorio classico, che ce ne facciamo della laida storiaccia imbastita da e su un’ex prima donna che vuol profumare di fiori d’arancio ritrovandosi inzuppata di ben altri afrori? Resta  tutta quella gamma di sfumature doloriste che ben articola la storica inglese Tiffany Smith in questo Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui (Utet, pagg. 193, euro 14).

Perché rimaniamo incollati davanti a schermi e magazine che concedono spazio a vip sbugiardati, potenti che caracollano nell’anonimato o che dagli yacht superlusso passano alle patrie galere, stelline che rischiano l’overdose o premier colti con le mani nel sacco? E perché ci scatta un sorrisino malizioso finanche di fronte ad amici e parenti che ci si mostrano incoerenti o troppo timidi, falliti o battuti? Sicuramente per un sentimento di equità che quando anche il ricco piange ci dà l’idea di un’uguaglianza universale che ogni tanto fa capolino. Sicuramente per un sentimento personale di inadeguatezza che, così godendo, riequilibriamo dentro di noi proprio con l’ostentazione delle altrui debolezze.

Ma attenzione, avverte la Smith, a non disgiungere mai la Schadenfreude dall’appartenenza a una comunità in cui tutti ci riconosciamo. Altrimenti potremmo provare il ragionevole dubbio che questa strana economia libidinale “faccia disinteressare le persone alla vita pubblica e svilisca il dibattito… Come se indulgere nella nostra passione per le figuracce degli altri alla fine diventerà solo crudele ed eccessivo, un fine spiacevole in sé”. Migrando tutti alla corte di Barbarella dal cuore a forma di pallottoliere che forse (per fortuna) a Londra non appare…

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