Perché da qualche giorno Travaglio è così isterico

Focus

Il direttore del Fatto perde la testa contro Ferrara. Il nervosismo per l’ipotesi che l’informatore fosse Scafarto

Nervosetto lo è sempre stato ma da qualche giorno Marco Travaglio è isterico. Fuori di sé. Sempre più volgare. Sul Fatto di oggi si è lasciato andare ad un profluvio di contumelie contro Giuliano Ferrara, “un noto malvissuto”, per il pezzo che quest’ultimo – pezzo non certo privo di asprezze – aveva scritto sul Foglio.

Laciamo stare qui l’antico disprezzo che i due giornali nutrono l’uno verso l’altro. E non indugiamo neppure sul tasso di astiosità dei due giornalisti, Travaglio e Ferrara.

Scafarto e Lillo

No, qui il punto è un altro. Il punto è che forse ci si sta avvicinando alla talpa di Marco Lillo. Nulla di male che un cronista abbia un’informazione riservatissima, anzi. Il problema è che forse quell’informatore – l’investigatore del Noe Giampaolo Scafarto – potrebbe essere un fellone, un traditore dello Stato, un depistatore.

Riavvolgiamo il nastro. Tutto nascerebbe da un presunto scontro interno all’Arma dei carabinieri. Questo emerge dal verbale d’interrogatorio del maggiore dei carabinieri Marco Cavallo, ascoltato dai magistrati della Procura di Roma. Il militare riferisce fatti relativi agli articoli scritti da Lillo e pubblicati a partire dal 22 dicembre 2016. “Ricordo che la sera del giorno 20, più probabilmente 21 mattina, Scafarto, che incontrai in caserma, mi disse che il comandante generale (Tullio Del Sette, ndr) era responsabile per avere informato gli indagati (il ministro Luca Lotti, ndr) delle intercettazioni, forse specificò ambientali, e che la notizia sarebbe uscita sul Fatto Quotidiano“.

Effettivamente il 22 dicembre compare un articolo sul Fatto, dal titolo: “La soffiata, gli appalti e papà Renzi. Indagato il comandante dell’Arma”, in cui si ricostruisce la presunta fuga di notizie compiuta dal generale Del Sette, servita poi all’ex ad di Consip Luigi Marroni per bonificare gli uffici della Centrale acquisti. Particolare, questo, confermato dallo stesso Marroni in diversi interrogatori svolti con la Procura della Repubblica di Roma.

Ancora, Cavallo disse ai pm romani: “Pochi giorni dopo, ricordo che era caldo, il colonnello Sessa mi disse che (…) Scafarto, passato da lui, gli aveva confessato di essere stato lui ad aver passato a Marco Lillo le informazioni poi oggetto degli articoli. È chiaro che stavamo parlando delle iscrizioni nel registro degli indagati di Tullio Del Sette, del comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia e del ministro Luca Lotti”.

Ora dunque la Procura di Roma ritiene che la fonte di Lillo sia Scafarto. Travaglio nega. Vedremo chi avrà ragione.

Scafarto e Travaglio

D’altronde il direttore del Fatto ha sempre sminuito il ruolo di Scafarto, derubricando a “errore” la vera e propria manipolazione di atti che non si capisce a quale fine quest’ultimo mise in atto.

Un momento: non si capisce a quale fine? Ma si capisce benissimo: infangare Matteo Renzi, all’epoca della manipolazione presidente del Consiglio (Travaglio fa finta di non capire e dice che “si era già dimesso”: ma la manovra chissà quando iniziò, non certo a dicembre 2016), poi Luca Lotti, poi il padre di Renzi eccetera eccetera.

Insomma: che il direttore del Fatto tenga il punto è più che comprensibile; che perda la testa è rivelatore. Di paura.

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