È partita la caccia a Tria

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Di Maio alza i toni della discussione con Tria. Il risultato è che finora sulla manovra si è arrivati a un palese nulla di fatto

La nuova bordata di Di Maio al ministro Tria conferma l’altissimo grado di temperatura che c’è all’interno del governo gialloverde. Il vicepremier grillino alza i toni del confronto e trasforma la sua retorica in arroganza: “Pretendo che un ministro serio trovi i soldi”. Parole nette, che segnano un cambio di passo deciso nella discussione tra Tria e gli azionisti dell’esecutivo pentastellato, che scalpitano per inserire nella legge di bilancio i propri cavalli di battaglia.

È partita dunque la caccia a Tria (in coincidenza peraltro con l’avvio della stagione venatoria in alcune regioni d’Italia). Già ieri in serata, subito dopo l’importante vertice sulla manovra con il premier e il titolare di via XX settembre – stando a quanto riportato da Repubblica -, Di Maio avrebbe convocato i vertici del Movimento per processare il ministro pronunciando parole inquisitorie, il cui senso è stato questo: “Tria deve capire che noi siamo il governo del cambiamento e che vogliamo fare il reddito di cittadinanza, altrimenti facciamo da soli”.

I più maligni già ipotizzano le dimissioni del ministro, anche se Di Maio prova a stemperare: “Nessuno le ha chieste”. Non a caso, però, nei giorni scorsi erano uscite alcune indiscrezioni su un cambio di poltrona a via XX settembre. Retroscena che il diretto interessato si è affrettato a smentire – per non impensierire troppo gli osservatori esteri – ma che probabilmente un fondo di verità lo racchiudevano: difficilmente Repubblica e Corriere della Sera prendono un malinteso di questa portata.

Il risultato è che finora sulla manovra si è arrivati a un palese nulla di fatto. Anzi, a onor del vero, dopo l’importante vertice di ieri qualcosa è uscito fuori: l’inasprimento delle posizioni. Da un lato rimane salda quella del titolare di via XX settembre, che con il suo approccio dei “conti in ordine” continua a rassicurare Bruxelles e i mercati internazionali. Un atteggiamento di buonsenso visto che al contrario si prefigurerebbe uno scenario con uno spread talmente alto da vanificare qualsiasi misura adottata. Dall’altra parte ci sono invece i dioscuri gialloverdi Di Maio e Salvini che continuano a pretendere più risorse: vorrebbero almeno 10 miliardi a testa per attuare i loro piani (flat tax, reddito di cittadinanza e riforma Fornero), che realizzerebbero, pur ottenendo quelle risorse, in misura parecchio ridotta rispetto a quanto sbandierato durante la campagna elettorale.

La verità è che se Tria continua a confermare di voler lasciare il rapporto deficit/Pil all’1,6% (“Le misure non impediranno la riduzione del debito” ha ribadito oggi), di risorse a disposizione ce ne saranno davvero poche (quanto, 3 miliardi?). Ecco perché in queste ore si parla nuovamente di spending review. Ma anche qui, davvero il governo gialloverde è in grado di tagliare spese per miliardi e miliardi di euro senza intaccare alcun servizio? Si vedrà.

Quello che è certo finora è che nell’attesa della presentazione del Def (mancano solo 12 giorni), continuano ad arrivare dati preoccupanti sull’andamento della manifattura italiana. Ieri è stato diffuso un nuovo indicatore negativo: l’export dell’Italia verso l’estero, calato del 2,6% a luglio; mentre oggi l’Istat ha parlato degli ordinativi industriali, sempre di luglio: c’è stato un crollo del -2,3%. Segnali che purtroppo non fanno ben sperare sull’andamento del nostro Pil. E con un Prodotto interno lordo più basso delle attese i margini per le politiche economiche saranno ancora più bassi.

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