La resistenza di Tria nel mirino di Di Maio

Focus

Il viceministro grillino non molla la presa. E Tria insiste: “Le misure saranno graduali e nel rispetto dei conti pubblici”. Al centro del braccio di ferro il rapporto deficit/Pil, un valore che definirà le risorse a disposizione nella prossima legge di Bilancio

A una settimana esatta dall’aggiornamento del Def si fa sempre più teso il braccio di ferro tra il ministro dell’Economia e la maggioranza gialloverde. Il 27 settembre, con il nuovo Documento di economia e finanza, verranno messi nero su bianco i gli obiettivi del governo sui conti pubblici e verranno di conseguenza definiti i contorni dentro i quali si costruirà la legge di Bilancio.

Il nodo cruciale su cui si giocherà la partita rimane sempre lo stesso, ovvero dove fissare l’asticella del disavanzo. Perché se è vero che Tria ha intenzione di rimanere intorno a un rapporto deficit/Pil dell’1,6%, confermato in parte dalle parole del Premier Conte che continua a parlare di una “manovra seria e credibile”, è altrettanto vero che così facendo le super promesse sbandierate in campagna elettorale non troveranno mai spazio. Come confermano d’altra parte le parole della stessa viceministra dell’Economia, Laura Castelli, che commenta così l’ipotesi dell’1,6%: “Vorrebbe dire non fare quasi niente”.
Da qui nasce il forte pressing degli azionisti dell’esecutivo gialloverde che temono di non vedere inserita più alcuna promessa nella legge di Bilancio. La prima bordata di Luigi Di Maio a Tria è arrivata due giorni fa: “Un ministro serio deve trovare le risorse”. Come se il buonsenso sui conti in ordine professato da Tria non fosse un atteggiamento serio. Al contrario, sarebbe invece poco serio sforare i conti (linea Di Maio) prefigurando uno scenario con uno spread talmente alto da vanificare qualsiasi misura adottata.

Poi, ieri, un nuovo affondo più morbido ma dai contenuti simili: “Ho piena fiducia nel ministro Tria, ma un governo serio non può aspettare due o tre anni per mantenere le promesse”. E quando oggi l’Ocse, parlando del nostro Paese, sottolinea l’importanza di non toccare i vincoli Ue e di non disfare la riforma Fornero, il ministro pentastellato – a caccia dei consensi perduti – torna alla carica rispondendo all’organizzazione internazionale e lanciando al contempo un nuovo messaggio al titolare di via XX settembre: “L’Ocse non deve intromettersi (…) Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato”.

Il punto, però, è che per finanziare i cavalli di battaglia di entrambi gli schieramenti (quota 100 delle pensioni, flat tax per le partite Iva e reddito di cittadinanza) mancano all’appello almeno 15 miliardi.

Per questo la maggioranza continua a spingere affinché il deficit salga al 2,3% – 2,4%. A dar manforte a Di Maio arriva anche il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, che ieri a Otto e mezzo ha detto che il 2% si può sforare se ci sono misure serie.
Fin dove si spingerà dunque il ministro Tria? Il titolare delle Finanze continua a usare prudenza e oggi risponde a Di Maio: “Le misure saranno graduali e nel rispetto dei conti pubblici”, dice oggi in Parlamento. Ed è ovvio che con addosso i fari dei mercati internazionali superare il 2% rischia di essere insostenibile. “Piuttosto che firmare il 2% di deficit mi dimetto io”, è addirittura il ragionamento che Tria avrebbe fatto ai suoi stando a quanto riporta Quotidiano.net.
E se eventuali dimissioni sono da escludere, visto tutto quello che implicherebbero durante una sessione di Bilancio, non resta che ipotizzare un livello di deficit poco sotto il 2%.
Con una palese conseguenza politica: il governo gialloverde non manterrebbe in questo caso alcuna promessa. O quantomeno porterebbe a casa una versione molto ridotta dei propri cavalli di battaglia. Altro che cambiamento.

 

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