Il trucco di Di Maio. Ecco perché l’Ue non finanzierà la misura M5S

Focus

Intervista a Cristina Grieco, coordinatrice della commissione Lavoro della Conferenza delle Regioni

I Cinque Stelle tornano alla carica sul reddito di cittadinanza annunciando che si farà entro l’anno e intanto oggi il premier Conte ha fatto intendere, nel suo discorso al Parlamento, che la misura verrà finanziata soprattutto attraverso i Fondi europei. È davvero una strada possibile? Ne abbiamo parlato con l’assessore alla Regione Toscana Cristina Grieco, coordinatrice della commissione Lavoro della Conferenza delle Regioni, che oggi si trovava a Bruxelles per alcune riunioni legate proprio al tema delle risorse comunitarie.

Assessore, i Cinque Stelle sembrano impegnati nel gioco delle tre carte parlando di Fondi europei, dicono che finanzieranno il reddito di cittadinanza quando in realtà quei fondi sono già stati pensati per altri capitoli. Come stanno esattamente le cose?
È bene innanzitutto precisare che i fondi comunitari non possono finanziare le politiche passive, ovvero non possono erogare direttamente i soldi ai cittadini come hanno promesso i Cinque stelle in campagna elettorale.

Li useranno quindi solo per aiutare a trovare lavoro?
Sì, anche se in questo caso è bene sottolineare come questo già avvenga attraverso il lavoro delle Regioni, che lavorano in stretto contatto con l’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive sul lavoro. Quindi bisogna essere ben chiari quando si dice di voler finanziare il Reddito di cittadinanza con i fondi europei. Per come l’hanno pensata in campagna elettorale non si può. Pensare inoltre che l’Italia prenderà una quota maggiore del fondo sociale europeo rispetto a quella che ha preso l’anno scorso è abbastanza fantasioso.

Quindi l’Italia non avrà di più, come dice oggi Conte?
No, perché il riparto è stabilito su parametri oggettivi. Per il momento siamo ancora in una fase di programmazione, ma sul Fondo sociale già sappiamo che l’Italia non avrà maggiori risorse a disposizione. I criteri di riparto delle quote sono stati già stabiliti e non sono certo sulla base di quello che chiede Di Maio. Si basano piuttosto sul Pil, a cui saranno aggiunti altre variabili come la disoccupazione giovanile. Dopodiché il governo dovrà fare delle scelte politiche: vedremo, ad esempio, se Di Maio avrà la forza nei confronti di Salvini per togliere risorse al Viminale aggiungendole al capitolo sociale.

Anche perché la coperta è sempre la stessa visto che bisogna rispettare i parametri europei, come dice di voler fare il ministro Tria.
Esatto e per questo il rischio denunciato anche da Catiuscia Marini (coordinatrice della commissione Affari Europei della Conferenza delle Regioni, ndr.) è quello di depauperare le regioni togliendo risorse alle attività che già vengono finanziate, come i centri per l’accompagnamento o quelli per l’impiego. Quanto pensato finora per il Fondo sociale europeo è infatti legato a politiche attive del lavoro, formazione professionale, lotta alla povertà, potenziamento dei servizi territoriali, tutte politiche di competenza Regionale. Se l’intento è di rafforzare e consolidare questi aspetti ben venga, ma bisogna dare il giusto nome alle cose. E non si pensi piuttosto di spostare quelle risorse sul reddito di cittadinanza così come è stato immaginato dai grillini in campagna elettorale.

A questo proposito oggi sembra che il reddito di cittadinanza si stia allineando alle politiche sul lavoro che sono state già fatte, penso alla Naspi piuttosto che al Rei.
Questo è tanto vero al punto che qui a Bruxelles mi hanno confermato che Di Maio, nei giorni scorsi, ha rassicurato la commissaria europea per l’occupazione Thyssen sul fatto che le loro politiche avranno una certa continuità con il precedente governo. Il punto è che per chi perde lavoro gli strumenti già ci sono. Se poi si vuole dare il nome Reddito di cittadinanza a una serie di strumenti come la Naspi, l’assegno di ricollocazione, le politiche attive sulla formazione (che già ci sono), è certamente tutta un’altra storia rispetto a quello che è stato presentato anche in campagna elettorale (vedi i 780 euro a membro di famigilia). Insomma, se si vuole rafforzare quanto è stato sulle politiche di inclusione sociale e sostegno al reddito dei disoccupati, in particolare dei più giovani, ben venga. Ma è un cambio di rotta che va sottolineato.

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