Ritorno della violenza e diplomazia in tilt: la grande mossa di Trump

Focus

Il presidente palestinese, Abu Mazen, ha fatto sapere che non riceverà il vicepresidente americano, Mike Pence

Terzo giorno di tensioni e violenze in Cisgiordania e Gaza dopo la decisione annunciata mercoledì scorso dall’amministrazione Usa di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, con un bilancio complessivo che è arrivato a quattro morti e oltre 750 feriti. Almeno due palestinesi sono rimasti uccisi nei due raid condotti dall’aviazione israeliana sulle postazioni militari di Hamas nel nord della Striscia di Gaza, in risposta al lancio di razzi da parte palestinese. I due morti si aggiungono alle due vittime di venerdì durante gli scontri tra palestinesi e militari israeliani nei Territori palestinesi.

Alle violenze sul terreno si accompagna una situazione politico-diplomatica tesissima: il presidente palestinese, Abu Mazen, ha fatto sapere che non riceverà il vicepresidente americano, Mike Pence, per protestare contro la decisione del presidente Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. “Non ci sarà alcun incontro con Pence, gli Stati Uniti hanno passato una linea rossa che non avrebbe dovuto attraversare”, ha detto il consigliere diplomatico presidenziale Majdi Al Khalidi alla radio palestinese.

Giovedì scorso, il leader del movimento nazionalista Fatah, Jibril Rajoub, aveva annunciato che Pence non sarebbe stato ben accolto in Palestina e anche se aveva sollevato la possibilità di non riceverlo, l’annuncio non era stato ufficializzato fino ad oggi. La leadership palestinese sta valutando la sua risposta: un vertice a Ramallah definirà le misure da adottare in risposta alla dichiarazione Trump, tra cui la possibilità di rivedere gli accordi di Oslo, dare per concluso il ruolo di mediazione degli Stati Uniti nel processo pace, rafforzare la riconciliazione palestinese e chiedere all’Onu di delimitare i confini di Gerusalemme. Pence avrebbe dovuto incontrare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e poi trasferirsi in territorio palestinese per fare lo stesso con Abu Mazen, le due visite solitamente fatte dai rappresentanti statunitensi quando arrivano nella regione.

I Paesi arabi e l’organizzazione panaraba hanno condannato il passo compiuto da Trump, che hanno bollato come una violazione del diritto internazionale e una battuta d’arresto nel processo di pace tra israeliani e palestinesi; e hanno anche espresso la preoccupazione che possa contribuire a un’ulteriore destabilizzazione della regione.

Gli Usa nel frattempo non arretrano: “Pensiamo che la decisione di riconoscere la realtà, cioè che Gerusalemme sia la capitale d’Israele sia la decisione giusta”. ha detto il vice portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, parlando con i giornalisti sull’Air Force One diretto in Florida. “Il presidente Trump ha invitato alla calma e alla moderazione e speriamo che le voci a favore della tolleranza prevalgano sui fomentatori d’odio. Il presidente rimane impegnato per il raggiungimento di una pace duratura tra israeliani e palestinesi”, ha aggiunto il portavoce.

Ma che la decisione su Gerusalemme non goda del consenso unanime dell’intera amministrazione è abbastanza evidente. Uno dei principali consiglieri di Trump sulla politica mediorientale, la vice consigliere per la sicurezza nazionale, Dina Powell, ha annunciato che lascerà l’amministrazione all’inizio del prossimo anno. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders ha insistito sul fatto che Powell aveva comunque programmato di lasciare il suo incarico dopo un anno. Ma i tempi della sua uscita sollevano interrogativi su come alcuni, all’intero dello staff della Casa Bianca, abbiano preso la decisione di Trump su Gerusalemme.

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