Effetto Trump sul Medioriente, la pace mai così lontana. Parla Lia Quartapelle

Focus

Una provocazione, un gesto simbolico che ha fatto esplodere tensioni, rovinando quello che doveva essere un giorno di festa

Avremmo voluto festeggiare con serenità i 70 anni dalla nascita di Israele. Questo invece non è avvenuto e si contano le decine di morti e feriti a Gaza. E’ l’effetto Trump?

La scelta di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme è sicuramente stata una provocazione grottesca, che appare ancora più grave se si considera che il Presidente americano dice di averlo fatto per facilitare la pace e il dialogo. E’ sotto gli occhi di tutto che ciò non è avvenuto e questo ha messo in evidenza plasticamente come alle sue intenzioni dichiarate non hanno corrisposto le sue azioni. Forse questo gesto simbolico è stato sottovalutato ed ha di certo fatto esplodere tensioni, rovinando quello che doveva essere un giorno di festa. Se una cerimonia di inaugurazione costa la vita a così tante persone evidentemente non si sta percorrendo la strada della pace. Dall’altra parte Hamas, usando dei ragazzi per le proteste, ha dimostrato un cinismo che non gli è nuovo. Finché i palestinesi non riconosceranno ad Israele il diritto di esistere non c’è possibilità di pace.

Elementi di speranza per una svolta ci sono ancora?

Sì, ci sono e devono essere perseguiti con forza. Purtroppo Netanyahu non sta portando avanti politiche in questo senso. Ciò che ancora non si riesce a comprendere è che l’unico modo che ha Israele per difendersi è lavorare per la pace. Eppure i presupposti ci sarebbero: Israele si trova infatti in una posizione di forza regionale – pensiamo al rapporto con l’Arabia Saudita – ma purtroppo per ora non si vedono prospettive in questo senso.

E l’Europa? Federica Mogherini invita alla calma ma la presenza di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania all’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme non aiuta una visione unita di Europa.

Purtroppo in questa partita l’Europa non sta giocando nessun ruolo, lo abbiamo già visto per la gestione della crisi siriana. Non è un problema delle istituzioni europee ma degli stati membri. Ciò che balza subito agli occhi è che quei paesi che hanno deciso di essere in prima linea a Gerusalemme stanno portando avanti politiche xenofobe e razziste. Perché allora schierarsi così convintamente con Israele? Forse per non essere tacciati anche di antisemitismo o per dimostrare la propria vicinanza a Donald Trump? Non si può non vedere una contraddizione in questa scelta e non si capisce quale tipo di vantaggio individuale si vorrebbe ottenere.

Ci dobbiamo aspettare ancora tensione in quei territori? 

Sembra che ci si stia allontanando dai presupposti che dovevano portare Israele a diventare un esperimento unico nel suo genere e cioè un motore positivo multiculturale e multireligioso. Ora invece ci troviamo in un momento in cui questo processo sembra si stia arrestato. Speriamo tutti che Israele torni ad essere a capo di un modello di riconoscimento democratico in tutta la regione del Medioriente.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli