Tutelare i più fragili sta tornando nell’agenda politica della sinistra

Focus

Negli ultimi decenni una sorta di “paraocchi ideologico” ci ha impedito di occuparci delle vere ingiustizie sociali, sottratte anche al racconto pubblico

L e disuguaglianze irrompono finalmente nell’agenda del dibattito pubblico. Si presentano dati e ricerche la cui eco va oltre la cerchia degli esperti, si discute su fatti e storie che fino a poco tempo fa rimanevano relegati ai margini della trattazione o al più si prestavano a pietose spettacolarizzazioni. Conoscerle a fondo e parlarne con cognizione di causa possono fare la differenza e indurre la politica a misurarsi con questi fenomeni che stanno cambiando la vita di milioni di persone. Alcuni eminenti economisti come Thomas Piketty o Joseph Stiglitz, in questi anni, hanno ragionato sulle origini di un mondo diseguale, mettendolo al centro dello studio dell’economia contemporanea. Cosa ben diversa è se del tema se ne impossessano organizzazioni di massa e movimenti sociali: diventa un tema d’opinione.

Non a caso, negli stessi giorni, Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni di beneficenza, e la CGIL, hanno presentano studi e considerazioni sulle disuguaglianze nel mondo e in Italia. Ho trascorso un intero pomeriggio, in mezzo a tanti democratici, a discutere di questi argomenti senza parlare, una volta tanto, dei grandissimi maldipancia che affliggono il Pd. Un pomeriggio piacevole e originale, grazie a Susanna Cenni e al suo modo di concepire la discussione nella sinistra. La sinistra non solo deve conoscere le disuguaglianze ma le deve combattere. Negli ultimi decenni una sorta di “paraocchi ideologico”ci ha impedito di vederle poco e nei casi peggiori di nasconderle, di sottrarle al racconto pubblico ed è anche per questo motivo sono male affrontate e poco combattute.

Lo stesso fenomeno delle migrazioni di massa, se disgiunto dall’analisi di quel che accade in tante parti del pianeta, corre il rischio di non essere ben compreso e quindi risolto. La Nigeria è lontana e, solo quando qualche documentario ci mostra le immagini, ci soffermiamo a pensare che Lagos, una delle città più importanti, con i suoi 25 milioni di abitanti, è diventata il più grande concentrato di miseria nel mondo. Cresce così la rabbia e la disperazione degli emarginati, di metropoli lontane da noi ma anche delle periferie urbane della nostra Europa. Ci sono i disperati della terra e ci sono anche quei ceti sociali che stanno subendo inaspettati processi d’impoverimento.

Abbiano affrontato questi argomenti con timidezza o subalternità – dice Gianni Cuperlo, durante il pomeriggio, riflettendo a voce alta – tanti che ci hanno fatto pensare a una globalizzazione tutto sommato “inevitabile”, finché, la coda colpiva solo gli operai e la forza lavoro meno qualificata. Il risveglio è stato brusco quando la combinazione tra l’impatto della tecnologia e il costo del lavoro ha cominciato a far male a impiegati e colletti bianchi, a impoverire grandi parti del ceto medio, a provocare nuovi disagi e frustrazioni. Oltre ai dati forse è vedendo l’ultimo film di Ken Loach che si riesce a capire fino in fondo la vittoria di Trump e tanti altri, assilli che aggrovigliano la democrazia così come fino ad oggi l’ab – biamo pensata e praticata. Può diventare, questa che attraversiamo, una stagione simile, nelle passioni, a quella raccontata da John Steinbeck in Fu r o re : «E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia».

La citazione – che più d’uno ha in testa e che Cuperlo cita a mente – sgorga non solo da una conoscenza letteraria di quel capolavoro ma anche da una conoscenza di come un grande statista come Franklin Roosevelt seppe usarlo per combattere la grande depressione e inaugurare la politica del New Deal. Una forbice sempre più estrema La conferma di questo clima viene dai dati presentanti che Oxfam ha elaborato alla vigilia del Forum di Davos. La forbice tra ricchi e poveri si sta estremizzando: i super ricchi, in genere uomini delle multinazionali, continuano a rimpinguare i loro forzieri. Lo fanno eludendo il fisco, massimizzando i profitti e usando il loro potere per influenzare la politica. Questo avviene mentre gli Stati e i governi non sono in grado di combattere la piaga. Ne deriva una banale constatazione: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri.

La velocità e la voracità con la quale i nuovi ricchi si arricchiscono, farebbe impallidire anche Paperon de’ Paperoni. Lo dicono i dati delle crescenti disuguaglianze nel mondo. Nell’anno appena passato, 8 persone possedevano la stessa ricchezza netta dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo. Da due anni l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza netta del restante 99%. Una persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno. Il rapporto offre uno spaccato completo prendendo in esame non solo i dati concernenti la ricchezza e il reddito ma anche le condizioni in cui vivono milioni e milioni di persone. Un esempio: 124 milioni di bambini potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri. La situazione in Italia Noi ne siamo fuori? L’Italia può dirsi al riparo da queste tendenze? Sempre Oxfam ha presentato un rapporto, “Disuguitalia”, che dimostra che non siamo al riparo da alcune di queste tendenze. La distribuzione della ricchezza nazionale netta, ha visto, nel 2016, il 20% più ricco degli italiani detenere più del 69% della ricchezza nazionale; il successivo 20% controllare il 17,6%, lasciando al 60% più povero dei concittadini appena il 13,3% di ricchezza nazionale.

Sempre nel 2016, la ricchezza dei primi sette dei 151 miliardari italiani presenti nella lista For – bes equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione. Come per la ricchezza, anche per il reddito, quasi la metà dell’in – cremento è fluito verso i più ricchi (pari al 10 per cento della popolazione) che così ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. La tendenza è in atto da decenni: dal 1999 al 2013 la crescita dei redditi da lavoro salariato (su scala globale e in termini reali) è in netto ritardo sull’au – mento della produttività del lavoro. Aumenta cioè la produttività ma a trarne i benefici non sono i lavoratori, vendo così meno il legame fra produttività e prosperità. Gli ultimi dati Eurostat confermano inoltre che i livelli retributivi non solo non ricompensano adeguatamente gli sforzi dei lavoratori, ma risultano sempre più spesso insufficienti a supplire alle necessità dei singoli e delle famiglie. L’Italia, in particolare, con un tasso di occupati a rischio di povertà pari nel 2015 a 11,5% dell’intera forza lavoro nazionale in età compresa fra i 15 e i 64 anni, è sotto di ben due punti percentuali alla media europea (9,5). Reddito e ricchezza rappresentano le due dimensioni in cui i cittadini italiani percepiscono oggi le disuguaglianze più pronunciate. Peppe Provenzano, vicedirettore della Svimez, ha notato come questi dati non ci facciano solo capire meglio i tratti della disuguaglianza ma ci dicano una cosa molto semplice: il mondo si è guastato. «Anche noi, nei nostri Rapporti, facciamo vedere che l’Italia si è guastata, che ha molte fratture, e quella tra Nord e Sud continua a riassumerle un po’tutte.

Il Sud è il luogo in cui si sommano e si accentuano tutte le faglie di disuguaglianza che attraversano la nostra società: da quelle sociali a quelli di genere e generazionali, da quelle nei servizi e nel welfare alle opportunità. E la sinistra, avendo smesso di combattere concretamente disuguaglianze e povertà, ha perso il Mezzogiorno. Non è un problema solo italiano: oggi Nord e Sud sono una grande questione europea, mondiale». Accanto agli squilibri distributivi, emerge una netta percezione d’iniquità nella distribuzione delle risorse, più marcata persino delle disparità nell’accesso al mondo del lavoro, ai servizi e alla disuguaglianza di genere. È un altro elemento che emerge dalla recente indagine demoscopica condotta per Oxfam Italia dall’Istituto Demopolis sulla percezione della disuguaglianza nel nostro paese e sul consenso a misure di giustizia fiscale avanzate da Oxfam. Un’indagine che esorta la classe politica italiana a prendere provvedimenti efficaci; a ritenere urgenti e prioritarie le misure di contrasto alle disuguaglianz e.

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