Tutti pazzi per Houellebecq

Focus

Il nuovo romanzo è già un caso

Ieri è dunque uscito anche da noi Serotonina e l’ondata di houellebecqmania è destinata a sollevarsi anche in Italia. In Francia l’ultimo romanzo del più anomalo degli scrittori sta già vendendo moltissimo, se ne parla, ci si scontra. Serotonina ha già fatto centro, a suo modo è già un classico. Houellebecq dunque rinverdirà i fasti di Sottomissione, ancora una volta circondando se stesso e le sue opere di un misterioso alone profetico, come se fosse uno sciamano delle lettere, un indovino della parola scritta. Ha scritto bene ieri Pierluigi Battista sul Corriere: “Fortuna? No, capacità rabdomantica di uno scrittore che con la sua esibita impoliticità, con il suo ostentato disprezzo verso le pose dell’impegno e della letteratura che si vuole militante e ispirata alle Grandi Cause, riesce a captare i movimenti tellurici destinati a riversarsi tumultuosamente sul palcoscenico illuminato dell’attualità politica”.

Andrebbe indagata questa “capacità rabdomantica”, questa attitudine a deviner il futuro. Non sapremmo dire se vi sia un nesso con l’impoliticità del Nostro – come forse suggerisce Battista – cioè se sia proprio il suo essere disimpegnato l’ingrediente fondamentale della capacità di anticipare la realtà. Forse no. E in fin dei conti non esagereremmo neppure con lo schematismo di chi pretende che in Serotonina sia già descritta la scesa in campo dei jilets jaunes, come se il malessere francese fosse iniziato due mesi fa con la prima manifestazione dei jilets e non vada invece avanti da almeno vent’anni.

Ma è senz’altro vero che Houellebecq vede ciò che altri non vedono: in questo senso, lo scrittore francese è tecnicamente un visionario. Qualcosa di analogo – mutatis mutandis – avviene con Pasolini, che lesse il tramonto della società preindustriale come prologo del crollo dei valori proprio della fine del secolo. O addirittura con l’ultimo Proust che, una volta cantata la bellezza dell’Ottocento, presentì l’era delle guerre mondiali come dato strutturale. O con Balzac che capì che nell’accumulazione del denaro sarebbe stata la cifra dell’avvenire capitalistico.

Solo un artista con uno speciale talento può al tempo stesso leggere i movimenti molecolari della società e immaginarne esiti che più o meno alla fine diventano reali. La tensione verso ciò che non è ancora avvenuto è, nel visionario Houellebecq, la molla che fa scattare i suoi romanzi. Leggiamo una frase in questo senso illuminante de La carta e il territorio, uscito nel 2010, un romanzo complesso e forse meno fortunato di altri: “Un caso sorprendente, Tocqueville. La Democrazia in America è un capolavoro, un libro di una potenza visionaria inaudita, che introduce innovazioni assolute, e in tutti i campi; è senza dubbio il libro politico più intelligente mai scritto”. Perfetta come auto-descrizione. L’elogio del Tocqueville “visionario” è un elogio di se stesso: non a caso a pronunciare la frase è il personaggio del romanzo chiamato Houellebecq.

Ecco dunque la missione dello scrittore. Al posto dell’engagement inchiodato alla realtà dell’oggi, una sorta di recherche – nel significato letterale che le conferisce Deleuze a proposito di Proust – una ricerca fantastica di come sarà il domani.

Il tutto si accompagna con un’altra caratteristica dello scrittore francese: la sua facilità. Houellebecq è scrittore popolare – lo ha notato Catherine Millet su Le Monde – nel senso proprio dei grandi scrittori francesi, ultimo artigiano di un modo di narrare accessibile a tutti – anche se, naturalmente, su più livelli. Questa popolarità unita alla sua capacità visionaria ne fanno un autore di incredibile successo. Il personaggio ombroso e antipatico può non piacere, ma  è un fatto lui riesce a fare quello che tanti suoi colleghi, in Francia e altrove, non sanno fare. C’è forse uno Houellebecq italiano in giro? Qual è lo scrittore o scrittrice, con tutto il rispetto per tanti narratori del nostro Paese, che frugando non nella memoria ma nella realtà sa andare oltre la mera descrizione cronachistica – che pure non è poco, Saviano docet – e afferrare qualche brandello di un possibile futuro?

Si chiedeva tanti anni fa Leonardo Sciascia: “Dove va la letteratura italiana? Ma secondo certe analisi, certe diagnosi – e cioè secondo certi desideri, certi dettami, certi decreti dati in sede sociologica – dovrebbe anche lei, come tutti e tutto, andare a casa. Tornare, come ormai si dice e per moda si impone, al privato”. C’è da sperare che non vada a finire così. A suo modo – piaccia o non piaccia – Michel Houellebecq ci prova.

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