Tv oscena e diseducativa? Ecco il manicomio-Live della D’Urso

Focus

Il Vuoto Cosmico spalmato su 4 ore (quattro) di cacofonia, insulti, frastuono, corna, scempiaggini e modelli deteriori, a livello di semplice fruizione estetica e di percorsi di vita rappresentati e osannati

In realtà, l’attacco di questo pezzo mi è stato simpaticamente scippato da Ficarra che già la scorsa settimana, col suo solito ghigno sardonico, in occasione del lancio del nuovo programma della D’Urso, così chiosava sui titoli di coda della puntata di Striscia: l’unica differenza è che stavolta va in onda in prima serata. E come dargli torto?

Quando ancora i “non” significavano una negazione, e questa televisione accattona e miserabile fatta “col cuore” non si era ancora mangiata tutto, il senso della misura, la logica, l’etica, una certa autorevolezza di chi appariva sul piccolo schermo, finanche la grammatica e il lessico comune, una trasmissione come “Non è la Rai”, per esempio, era davvero qualcosa che non si era mai visto sui canali della televisione di Stato: una guarnigione di pollastrelle minorenni che ancheggiavano rubandosi le inquadrature, un clima da gineceo ammiccante e adolescenziale, con una presentatrice che sarebbe diventata decenni dopo un’attrice, che conduceva in playback teleguidata, grazie a un auricolare sapientemente nascosto, dai moniti del regista-guru Boncompagni.

“Non è la D’Urso”, al contrario, è solo e soltanto la D’Urso ancora una volta, perpetuamente se stessa, autoreferenziale all’ennesima potenza, il già-visto in versione faraonica, l’Insignificanza trompe l’oeil, la sua immagine che diventa Impero oleoso e soffocante, il Vuoto Cosmico spalmato su 4 ore (quattro) di cacofonia, insulti, frastuono, corna, scempiaggini e modelli deteriori, a livello di semplice fruizione estetica e di percorsi di vita rappresentati e osannati.

Un infinito poveracciame -pantano già tele- dragato a “Pomeriggio 5” con quotidiano stillicidio, fino a livelli di trivellazione petrolifera nelle geologie dell’ignoranza e dell’inutile, del voyeurismo più morboso e della socio-pantomima più nauseante, fatto di ciuchi raglianti e galline starnazzanti, analfabeti tele-pompati, soubrettine dimenticate, finte marchese, gentucola che rincorre l’unica fama possibile, quella delle proprie mutande e delle proprie gambe aperte a cuore franco, bambine lanciate a dieci anni nel jet set del Nulla Catodico, “giornalisti” che si occupano con militare baldanza di gossip, quindi imbecilli illusionisti e truffapopolo, opinionisti del suburbio ed eruttatori del Blabla: una bassa bassissima antropologia da cui dovrebbe ripartire la nostra sfida epocale per una ri-simbolizzazione del linguaggio, delle relazioni, del pensiero.

E anche nel nuovo prime-time del mercoledì di Canale 5 ritroviamo, pari pari, gli stessi stilemi acchiappa-share, quelli che assemblano in un’orrida mistura, retorica neofemminista e buco della serratura, mostri creati in vitro e beghe giudiziarie di illustri sconosciuti, bimbi strappati alla culla e al ciuccio e sparati in faccia alla telecamera col beneplacito della vanità di genitori dalla popolarità ormai asfaltata, finte “esclusive” che giornalisti seri “escluderebbero” anche solo di proporre al grande pubblico, nuove puntate di Dinasty pulp-bucoliche come quella del triangolo Al Bano-Romina-Lecciso che ci ha letteralmente incrostato ogni apparato uro-auricolare nei secoli, talk-ring dove si sparano cazzate alla viva il parroco tanto gli accademici della Crusca sono già a dormire. Come non veder sfilare, allora, fra i nani e gli scimpanzé del nuovo super-Barnum della sedicente “terrona” Carmelita D’Urso, residuati bellico-carcerari come Corona di cui ancora ci si interroga con fare inciprignito o pietistico se ci è o ci fa, se è definitivamente “maledetto” o “salvabile”; “star” internazionali come la Nielsen che ci porta entusiasta l’immancabile prodotto della sua gravidanza-over; un disperato pieno di tatuaggi in faccia – tra cui un kalashnikov – che vive con la nonna e ovviamente non trova lavoro, ma che poi, a fine della puntata di ieri, accetta di farselo ripulire “aggratis” dal laser di un chirurgo estetico a caccia di popolarità (alla faccia del suo spavaldo iniziale “mi piaceva e me lo sono fatto fare”); un faccia a faccia fra un divo delle soap e la sua ex fidanzata (!!); un altro faccia a faccia fra due donne-plancton reduci del defilippiano “Uomini e Donne” – altra Raqqa del pensiero – che per quaranta minuti dentro i pochi metri quadrati di un ascensore si offendono a chi c’ha deretani e zigomi più siliconati, ovviamente tele-scrutate e riproposte a pezzettini per la gioia del pantofolaio italico medio? E come si fa a fidelizzarsi a questo pappone indigesto, così, senza colpo ferire, e senza un gastroenterologo nei pressi del nostro divano di casa, accettando supinamente che la tv ammiraglia di un grandissimo gruppo editoriale creda nella divulgabilità di una merce visiva di tal fatta, di un iperrealismo così greve e ineffabile da rappresentare davvero l’Osceno per antonomasia, ovvero la fine delle scene, la fine delle drammaturgie, la fine del senso e della parola, e perfino la fine dello Spettacolo come diceva il grande Baudrillard? Se a questa paccottiglia post-human, a questa Simmenthal globalizzata dei periferici di tutto il mondo che, al posto di issare le bandiere della rivoluzione, cercano di vincere il loro atroce smarrimento esistenziale con gli elettrochoc post-mediatici che abbattono ogni ragionamento economico-politico, aggiungiamo anche chi si sottopone a una quindicina di interventi chirurgici per assomigliare a Michael Jackson e girare il mondo e farsi immortalare nei selfie come una vera icona del pop, e un ex baby-vip  di Scotti di cui oggi si parla solo in termini di labbra rifatte o meno, beh ecco allora servito il menù classico della D’Urso, masterchef della maionese impazzita e degli yogurt scaduti. Farneticazioni. Divoramento della comunicazione. Delirio narcisistico dei suoi ospiti. Spudoratezza che fa soccombere ogni ricerca della verità, figurarsi del giusto e del gusto.

Del resto, il mantra di questa nuova Cassandra Crossing della epopea dursiana è “sentiment” (senza la o), “interazione”: l’”hashtàg” come dice lei stessa alla vesuviana maniera, è la nuova bibbia che va consultata, pollice su o pollice verso, tutto è ridotto a quotazione borsistica serale, a qualche spruzzatina di tema “sociale”, si vince al fotofinish di una serie di variabili tutte irrazionali, chi è dentro e chi è fuori, chi risulta rosso di antipatia e chi verde, cioè baciato dal via-libera che la platea nazional popolare, senza capire nulla, ma “sentendo” tutto, concede al personaggino più acclamabile, con le cabine-sfere degli opinionisti che sono sempre “magiche”, ma perché magiche?

E’ che dobbiamo abituarci -ma senza familiarizzazione rassegnata e sottomessa- ad un nuovo tipo di pazzia che non è quella dell’Uomo Nero (che pure torna in auge con le rozzezze salviniane), non è la schizofrenia, non è la depressione, ma è quella di una infra-manicomialità che è ancora peggiore e più pulviscolare di quella “molecolare” degli psicofarmaci da felicità un tanto al chilo. E’ una Manicomizialità, ovvero la digestione totale degli spazi sociali, il cannibalismo del “Pubblico”, la somma di una ovazione della menzogna mediatica con la tristezza suicida di chi si consegna ai tele-apparati di cattura senza più un’oncia di sogno politico, di illusione romantica, di sapere critico. Un orizzonte chiuso e gasato dai canari in gonnella e non solo, fatto di consenso reattivo, decesso mentale, tele-cialtronismo introiettato, nazismo del sorriso, paranoia del diverso. Del resto, se io vedo in televisione delle perfette dementi con le tettone e il se col condizionale e degli assoluti neocafoni, che siano tronisti o finti naufraghi dell’Isola, personcine scotennate sulle rivistine rosa o meschini nullapensanti a caccia della grande svolta, che però diventano ricchi, famosi e social-mente supercliccati proprio grazie alle trasmissioni delle “benefattrici” Barbara e Maria, ma perché mai, io teenager senza voglia di studiare che vivo ai bordi del benessere, non dovrei tentare di imitarli, di sostituirli, di aspirare “democraticamente” alla loro stessa incapacità, di sedermi su quelle stesse poltrone con qualche stupido spunto che mi renda carne gelatinosa nelle fauci della tele-pornocrazia così profittevole e spaccacervelli? Tanto poi se non ci riesco e mi suicido, le stesse trasmissioni e le stesse conduttrici che mi avrebbero “lanciato” parleranno di me con aria compunta e commossa. E apriranno un altro finto approfondimento in “esclusiva” sui problemi giovanili. Come in una gigantesca fabbrica di morte sociale.

La Arendt diceva “quicksand”, “quagmire”, sabbie mobili, stagno. Io dico la Grande Fossa dell’Inganno e del Dolore. Che fa rima con “cuore”, che è sempre vostro eh, prima dei miei figli e poi di chi accetta la sua sepoltura neuronale come se avesse all’improvviso trovato domicilio nell’Eden dell’amicizia e della trasparenza.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli