Un cammino che ricorda la sofferenza del fascismo: l’ultimo libro di Anna Foa

Focus

Recensione del volume “Andare per i luoghi di confino”

Il Mulino sta proponendo da tempo una serie di agili volumi in una collana dal titolo “Ritrovare l’Italia”.

Libri sì agili ma non per questo meno importanti, curati o significativi. Come quello di Anna Foa dal titolo “Andare per i luoghi di confino”, nel quale vengono descritti con grande intelligenza, preparazione e chiarezza, pur nella sintesi, le difficoltà e le sofferenze dei tanti antifascisti che subirono la dura imposizione del confino, soprattutto nelle isole, ma anche nelle regioni del sud (soprattutto Lucania e Calabria), che durante la guerra specialmente per ebrei e slavi si trasformerà in internamento se non proprio concentramento, anticamera, in quest’ultimo caso, dei lager nazisti.

La scrittrice rileva, giustamente, che l’istituto del confino nasca non con il fascismo, ma dalle vicende dell’Italia liberale (l’autrice ricorda i libici portati ad Ustica, dopo la guerra libica, fra il 1911 e il ’12, dove ne morirono 300, molti di stenti) che poi il regime ha perfezionato nella riorganizzazione della polizia e degli strumenti di repressione del dissenso, in una sorta di “continuità” degli ordinamenti e di “sovrapposizione” fascista allo Stato liberale, già esaminata da Sabino Cassese e, a suo tempo, da Francesco Luigi Ferrari, esponente del Partito popolare di Sturzo costretto dalla violenza fascista all’esilio dove morì, il quale nel suo libro “Il Regime fascista italiano”, del 1928, notava come: “il nazionalismo fascista, conquistata la suprema direzione dello stato, non ebbe bisogno di sostituire una nuova costituzione a quella che esso violò. Non intendendo dare ai poteri statali un nuovo equilibrio; mirando, invece, a concentrarli nelle mani di uno solo, esso poté instaurare in nuovo ordine di cose mediante una miriade di leggi speciali, che ad una ad una assegnarono all’esecutivo tutte le funzioni dello stato, e gradualmente allentarono e abolirono i controlli dapprima esercitati dal parlamento e dal potere giudiziario”.

La Foa evidenzia come il provvedimento del confino, di carattere amministrativo (“Il regime voleva sbarazzarsi dei suoi oppositori in fretta, senza coinvolgere le istituzioni giudiziarie, ma con semplici misure amministrative, più veloci”, scrive l’autrice), proprio per evitare lungaggini, rientrasse nel più vasto disegno di costruire una società fascista e l’uomo nuovo fascista. Tant’è vero che si colpivano anche comportamenti che venivano ritenuti dal fascismo socialmente “pericolosi”, che portarono nella spirale repressiva anche i rom e i sinti, i testimoni di Geova, e tutte le forme di “emaginazione” e cosiddetta “asocialità” (non bisogna dimenticare come il maglio del regime di abbatté sugli omosessuali). Tutto veniva condotto secondo un intento pedagogico, costruito anche attraverso questi provvedimenti di repressione, che, molto spesso portati per futili motivi, rispondevano al disegno generale di dare un esempio e irreggimentare la società (su cui restano validi su tutti gli studi di Emilio Gentile e Mauro Canali). Anche perché il confino era il provvedimento più grave di tutta una serie di ordinanze amministrative ed interventi della polizia tesi ad intimorire e smorzare ogni forma di dissenso e di opposizione. Esistevano infatti, tra gli altri, la diffida, l’ammonizione, l’iscrizione alla rubrica di frontiera (che impediva di fatto l’espatrio). Su tutto c’erano ovviamente il carcere ed il Tribunale speciale dello Stato. Una macchina repressiva che il fascismo aveva mutuato, come già indicato, ma che aveva perfezionato nella costruzione e organizzazione tramite anche un riordino della legislazione, come nel 1926, con il Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza; come con la modifica del Codice penale (passaggi analizzati da Paola Carucci, Acquarone, Renzo De Felice).

Anna Foa ricostruisce questo sistema anche con l’uso delle memorie dei confinati e delle loro sofferenze umane e politiche. Particolarmente importante è la descrizione delle figure di donne al confino: Camilla Ravera, Adele Bei, Cesira Fiori.

La reclusione al confino non si fermava neanche di fronte alla morte. Anna Foa riporta la memoria di Scalarini (socialista) rispetto alla morte dell’anarco-sindacalista Spartaco Stagnetti:“Il giorno dei funerali la direzione non voleva che tutti i confinati seguissero il feretro, ma soltanto una cinquantina; allora decidemmo, per protesta, che nessuno l’accompagnasse: o tutti o nessuno, e ci ritirammo nelle nostre case. Lo portarono al cimitero di notte. Dopo alcuni mesi la salma venne trasportata a Roma. La bara, portata a spalla da quattro confinati, e seguita dal direttore e da alcuni agenti, attraversò in fretta il paese. Vedo ancora, nella barca che la conduceva al piroscafo, la bianca cassa, sulla quale una mano pietosa aveva deposto un mazzetto di fiori” (p. 61).

Ma il confino fra le sue durezze e le sue sofferenze, che vengono descritte nel libro (smontando la fake news denigratoria, propagandata ad arte da alcuni politici in questi anni di un sostanziale luogo di villeggiatura) e di cui se ne parla in molti studi, ebbe comunque, se possibile, un aspetto se vogliamo “creativo” (se questa parola può avere un senso in quel contesto): su tutti la formulazione del Manifesto di Ventotene. Scriverà Spinelli, nel 1957, che la federazione europea, descritta nel Manifesto: “Era infine e soprattutto la possibilità per la democrazia di ristabilire il suo controllo sui quei Leviatani impazziti e scatenati che erano ormai gli stati nazionali europei, poiché lo stato federale avrebbe impedito loro di diventare mezzi di oppressione e sarebbe stato da essi impedito di diventarlo a lui” (p. 81). Parole di grande spessore e di estrema attualità e valore.

Per molti, per una curiosa eterogenesi dei fini, l’esperienza del confino rappresenterà anche un momento di ricordo: “Sono numerose le testimonianze di coloro che guardano ai loro anni di confino con nostalgia, che li individuano come un periodo “alto” della loro vita. Ma non certo perché fosse quella “villeggiatura” che propagandava il regime fascista. Sono per loro, per Natalia Ginzburg come per Manlio Rossi-Doria e per Altiero Spinelli e per molti altri, il momento in cui si sentono meglio con sé stessi, in cui sentono di essersi spesi totalmente per ciò in cui credono. E di questo scrivono e ricordo” (p. 125).

Di fatto la professoressa Foa indica un cammino di sofferenza, di dolore, di esclusione, ricordandoci cos’è stato il fascismo; la durezza del regime; l’imposizione e il controllo di polizia. Allo stesso tempo ci dà il senso della redenzione morale e politica che il paese seppe impostare da quelle, in quella fase, minoranze (perché di fatto erano tali) politiche, sociali e religiose, per ricostruire il suo tessuto e le sue istituzioni nella democrazia e nella libertà secondo le linee di una Italia repubblicana e di un’Europa di pace, senza differenze etniche, religiose, sociali.

Per chiudere: non so quale sia il piano editoriale di questa collana, ma sarebbe interessante per conoscere il nostro paese nella sua lotta al fascismo, e quindi nel contesto dell’antifascismo e antitolitarismo come valori fondanti del nostro vivere comune, sviluppare una pubblicazione per cui per “Ritrovare l’Italia”, e l’Italia democratica e antifascista, si vada per i luoghi dell’esilio all’estero degli antifascisti (Sturzo, Turati, Enrico Fermi, Tarchiani, Donati, Giorgio Amendola, i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini, Max Ascoli, per citarne alcuni): Parigi, Marsiglia, Londra, New York, per fare qualche riferimento.  In modo da suggerire anche come l’accoglienza di esuli politici sia stato (e sia) un momento costitutivo della nostra Repubblica e delle sue istituzioni costruite su quelle, e da quelle, esperienze e vicende, e quindi come queste siano edificate sulla tolleranza, sull’inclusione e sul rispetto delle opinioni altrui e sulla difesa delle minoranze, qualunque esse siano e da dovunque provengano.

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