Un congresso laico per un partito da ricostruire

Focus

Può essere l’occasione per affrontare due passaggi ineludibili del nostro futuro

Se è vero che ci siamo arrivati tardi, è altrettanto vero che questo congresso del PD può essere l’occasione per una prova di laicità tanto utile quanto necessaria alla nostra comunità politica. La sinistra italiana esce da un decennio duro e appassionante, scandito da anni di governo che hanno riformato in profondità il paese e da conflitti interni di grande radicalità. La sconfitta del 4 marzo e l’azione distruttiva del governo più pericoloso della storia repubblicana hanno già imposto un registro diverso alla nostra discussione: la polarizzazione che abbiamo conosciuto in passato ha lasciato spazio ad un confronto fondato più sulla condivisione che sulla contrapposizione, la consapevolezza di avere a che fare con una minaccia alle basi civili e democratiche della nostra nazione valorizza la presenza di un terreno comune tra i candidati piuttosto che l’azione delle spinte centrifughe. Sono sintomi di laicità piuttosto che di ecumenismo – per rimanere nel linguaggio religioso – dove la differenza tra le proposte congressuali resta chiara senza impedirci di immaginare un confronto che – chiunque sia il vincitore del 3 marzo – conduca ad un PD più capace di dare agli italiani il senso di un’alternativa convincente al regime della distruzione gialloverde.

Un congresso laico può anche essere l’occasione per affrontare due passaggi ineludibili del nostro futuro. Il primo è quello di un’indispensabile riconciliazione con quello che siamo davvero, piuttosto che con quello che avremmo voluto essere. Perché il PD non è tanto la somma dei nostri desideri politici (o delle nostre frustrazioni) quanto il partito la cui identità è definita dalle riforme che ha concretamente realizzato negli anni di governo. Con tutti i limiti di quelle riforme, l’azione che abbiamo svolto dal governo ci definisce agli occhi degli italiani tanto quanto la nostra iniziativa di opposizione al governo Lega-M5s. Perché la proposta alternativa che daremo a coloro che prendono coscienza dell’imbroglio gialloverde, sperimentando sulla propria pelle l’inconsistenza di quelle promesse elettorali, non potrà che prendere le mosse da quanto abbiamo realizzato quando avevamo la responsabilità di guidare il paese: la realtà del Reddito d’inclusione contro la bufala del reddito di cittadinanza, l’occupazione favorita dal Jobs Act contro la disoccupazione creata dal Decreto Di Maio, i nuovi diritti civili contro la fabbrica dell’odio alimentata da Salvini etc. E perché agli occhi degli italiani noi siamo – e resteremo – quelli che hanno pensato e voluto quei nuovi diritti civili, quella legislazione sul lavoro, quelle misure contro l’esclusione sociale. E da lì dovremo muovere (in avanti, senza nostalgia o ansie di rivalsa) per definire la nostra proposta al paese in radicale alternativa alla concreta azione gialloverde.

L’altro passaggio che dovrebbe essere favorito da un congresso laico è la (ri)costruzione di quel partito a cui non abbiamo mai messo mano negli anni di governo. Anche qui, chiunque sia il vincitore del 3 marzo dovrà obbligatoriamente riformare in profondità un sistema di organizzazione, comunicazione, mobilitazione e gestione delle competenze che è rimasto per lo più fermo a dieci anni fa: proprio mentre questo decennio imponeva alle forme della politica (non solo italiana) una trasformazione fatta di ritmi e contenuti del tutto rivoluzionari nel bene e nel male. Da questo punto di vista il nostro ritardo non è drammatico (perché le energie che avremmo potuto spendere nell’innovazione della forma partito sono state rivolte alla riforma del paese) ma non può essere nascosto né trascurato. Tanto meno dentro un congresso dove l’esigenza di rilanciare e rifondare il PD è per fortuna condiviso da tutti i candidati.

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