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Un esercito europeo, l’ambizione necessaria

A quando un vero e proprio esercito europeo, come strumento di pace e garanzia della difesa e della sicurezza di mezzo miliardo di cittadini europei? È la domanda che ci poniamo dopo il vertice Nato di ieri e di oggi, passato sui media soprattutto per l’ennesimo Trump Show, che ha fatto la voce grossa contro gli Stati europei per le spese insufficienti che secondo lui investono nell’Alleanza atlantica che è chiamata a difenderli.

A dire il vero, l’idea di un esercito europeo non nasce oggi, e non nasce certo in risposta al broncio di Donald Trump. Era il 1991 quando con il Trattato di Maastricht furono gettate le basi di una politica estera e di sicurezza comune. Poi nel 2002 furono firmati gli accordi “Berlin Plus”, che segnarono un’indissolubile legame tra la difesa comune europea e l’Alleanza atlantica, consentendo di utilizzare le strutture, i meccanismi e i mezzi della NATO per effettuare le azioni prioritarie per l’UE. Nel 2017, finalmente una cooperazione strutturata permanente (PESCO) con un elenco iniziale di 17 progetti da avviare in settori quali la formazione, lo sviluppo di capacità, la prontezza operativa in materia di difesa e uno stanziamento da 500 milioni di euro per sviluppare il settore industriale di difesa. Passi avanti importanti, che oltre a rafforzare la difesa del vecchio continente hanno il vantaggio concreto di ottimizzare gli investimenti e la spesa che pesa sui bilanci dei singoli Stati, ma che continuano a produrre risultati inadeguati agli occhi degli alleati americani.

Ecco che dopo il summit NATO di ieri è davvero tempo di mettere in campo nuovi obiettivi ambiziosi e di mettere in agenda un percorso che ci conduca effettivamente alla nascita dell’esercito europeo. Non si tratta di prendere le distanze dall’Alleanza atlantica, che dal rafforzamento della difesa europea non ne uscirebbe che rafforzata. Si tratta semmai di rispondere concretamente alle minacce di Donald Trump di un disimpegno americano e di sviluppare orgogliosamente una capacità e un’autonomia strategica europea, utile per non doversi più inquietare di fronte alle vecchie e alle nuove potenze militari nel mondo.

Negli ultimi anni, anche grazie al lavoro dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, l’Unione e la Nato hanno saputo presidiare con equilibrio i confini europei. Progressi sono stati fatti per presidiare il fronte orientale, storicamente il più fragile, resosi incandescente con la crisi di Crimea, ma anche il fronte meridionale, infiammatosi per le conseguenze delle Primavere arabe e con l’acuirsi del traffico di esseri umani dal continente africano. Con buona pace dei tweet di Donald Trump, la dichiarazione congiunta UE-NATO firmata oggi a Bruxelles, questi progressi li mette in luce e li valorizza, invitando l’UE e i suoi Stati membri a compiere nuovi passi per consolidare e rafforzare i risultati fin qui ottenuti.

Resta molto lavoro da fare. Anche al vertice NATO, il premier Giuseppe Conte ha tentato in qualche modo di ammorbidire i tratti cattivi e violenti con cui il suo ministro (o il suo capo?) Matteo Salvini vuole disegnare la faccia dell’Italia, ma non è stato certamente capace di rappresentare il nostro interesse nazionale. Senza nuove ambizioni per la difesa europea, l’Italia rischia di trovarsi esposta da sola sul Mediterraneo, nell’inedita e scomoda posizione di periferia geopolitica. Il PD dovrà lavorare nei prossimi mesi per scongiurare questo scenario. Insieme alle forze progressiste europee, l’esercito comune europeo è un obiettivo prioritario da presentare per le elezioni europee del 2019.

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