Un partito di falsari

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Giarrusso e Di Stefano non sono “grillini che sbagliano” ma i più sinceri interpreti del metodo seguito dal M5s per la conquista di consensi

Giarrusso e Di Stefano non sono “grillini che sbagliano” ma i più sinceri interpreti del metodo seguito dal Movimento Cinque Stelle per la conquista di consensi: la diffusione metodica e organizzata di menzogne diffamatorie (contro gli avversari) e di false promesse (su se stessi).

Quel sottosegretario agli esteri che sventola in tv un volantino del PD palesemente fraudolento e quell’aspirante deputato europeo che si traveste da personaggio televisivo per lucrare qualche voto in più, incarnano nelle forme più visibili una strategia che ha portato larga fortuna al partito di Casaleggio e Di Maio negli anni di opposizione e che oggi vorrebbe essere proseguita dai ruoli di governo.

Una strategia che si è articolata su diversi piani: da quello “alto” dei principali esponenti politici del movimento a quello “basso” e ramificato degli attivisti social, ma sempre focalizzata con lucidità organizzativa a creare una bolla di irrealtà dove denigrare i risultati dei governi PD e dipingere se stessi come profeti di benessere e purezza.

La strategia della menzogna non è un’originalità italiana, ma il terreno comune lungo il quale in questi ultimi anni si sono mossi in Occidente movimenti politici diversi ma accomunati dallo stesso metodo della falsificazione: da Trump (che secondo il conteggio effettuato dal Washington Post avrebbe accumulato un record di 10.000 bugie in tre anni di amministrazione presidenziale) ai promotori della Brexit (le cui false promesse di benessere erano pompate da una vasta rete di falsari digitali, come da ultimo ha dimostrato la giornalista britannica Carole Cadwalladr) passando per le raffinate tecniche di profilazione gestite dalle centrali dell’industria internazionale della menzogna.

E se in Italia è in atto una competizione tra Lega e M5s a chi la spara più grossa (come lo stesso Salvini ha ammesso qualche giorno fa, cancellando con una battuta le cifre sui clandestini di cui si è nutrita per anni la propaganda leghista), è difficile negare che sia proprio il Movimento Cinque Stelle a vantare una più solida tradizione nel mestiere della falsificazione politica.

Basterebbe questo a mettere nella giusta luce l’esilarante “svolta a sinistra” partorita in questo finale di campagna elettorale da Luigi Di Maio: l’ultima di una serie di prese in giro che – se anche hanno funzionato su una parte dell’elettorato finché i Cinque Stelle erano all’opposizione – oggi somigliano a rocambolesche arrampicate sugli specchi di una forza di maggioranza che ogni giorno che passa è chiamata con sempre maggiore severità a render conto dei risultati della propria azione di governo.

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